Turchia: dipendente di un consolato USA condannato a 8 anni di prigione

Pubblicato il 14 giugno 2020 alle 7:01 in Turchia USA e Canada

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Un tribunale turco ha condannato un dipendente del consolato statunitense a 8 anni e 9 mesi di prigione per aver “supportato un’organizzazione terroristica”. La sentenza rischia di mettere a dura prova i legami tra Ankara e Washington.

Metin Topuz, il dipendente in questione, è stato in prigione per più di 2 anni mentre era sotto processo. L’uomo è stato inizialmente accusato di spionaggio e di aver cercato di rovesciare il governo. Un procuratore ha dichiarato a marzo che era stato assolto da tali accuse, ma era sospettato di appartenere a un’organizzazione terroristica e rischiava una condanna fino a 15 anni di prigione. I due avvocati di Topuz non sono stati immediatamente disponibili per un commento il giorno della decisione del tribunale, giovedì 11 giugno.

Con una sentenza di 78 pagine che includeva telefonate, messaggi di testo e foto, Topuz è stato accusato di aver intrattenuto rapporti con funzionari che hanno condotto un’indagine per corruzione nel 2013 e in seguito si sono rivelati membri della rete del religioso Fethullah Gulen, che Ankara considera colpevole del colpo di stato fallito del 15 luglio 2016. Traduttore per la US Drug Enforcement Agency (DEA) presso il consolato statunitense di Istanbul, Topuz ha sostenuto durante tutto il processo di aver contattato le persone che all’epoca ricoprivano posizioni di alto livello nella polizia e nella magistratura, come parte del suo lavoro. Il processo di Topuz è stato una delle numerose cause di attrito tra Turchia e gli Stati Uniti, che negli ultimi anni sono stati anche in contrasto a causa delle differenti posizioni politiche in Siria e sull’acquisto da parte della Turchia di sistemi di difesa antimissile russi, S-400.

In tale contesto, è necessario specificare che Gulen è una figura religiosa di spicco in Turrchia, che si è rifugiata negli Stati Uniti prima del fallito colpo di Stato del 2016. L’uomo nega il suo coinvolgimento nella politica turca, sostenendo la pacificità del suo movimento. I critici del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, accusano il leader di usare il putsch fallito come pretesto per fermare il dissenso, in particolare tramite fenomeni di epurazione e censura. L’arresto di personalità ritenute vicine al religioso corrisponde alla politica portata regolarmente avanti da Erdogan in seguito al tentato golpe. Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso purghe e operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Gulen. Ankara, da parte sua, afferma che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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