Tensioni Australia-Cina: Pechino condanna a morte un australiano

Pubblicato il 13 giugno 2020 alle 13:03 in Australia Cina

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Il Tribunale intermedio di Guangzhou ha condannato a morte un uomo australiano per traffico di droghe, in una sentenza emessa lo scorso 10 giugno e resa nota tre giorni dopo.

L’uomo era stato arrestato nel 2013 all’aeroporto internazionale di Guangzhou Baiyun, nel Sud della Cina, dopo essere stato scoperto mentre cercava di portare illegalmente fuori dal Paese circa 7,5 kg di metanfetamine. Oltre alla sentenza di morte, le autorità giudiziarie cinesi hanno deciso che tutti i suoi beni saranno confiscati.

Nel comunicare la sentenza, il tribunale non ha fornito le generalità del condannato ma un report del Sydney Morning Herald ha identificato l’uomo nel cinquantenne Karm Gilespie. Tuttavia, ciò non è stato né confermato né smentito dal Ministero degli Esteri di Canberra, il quale, il 13 giugno, ha solamente affermato che un proprio cittadino sta ricevendo assistenza consolare nella Repubblica Popolare Cinese (RPC), senza fornire ulteriori dettagli.

Nella stessa giornata, un portavoce dello stesso Ministero degli Esteri australiano ha però espresso profondo dispiacere per il verdetto emesso nei confronti del proprio connazionale e ha dichiarato che l’Australia si oppone alla pena di morte in qualsiasi circostanza e nei confronti di chiunque e che è a sostegno della sua abolizione universale, che perseguirà dispiegando tutti i mezzi di cui dispone.

Il cittadino australiano è il secondo straniero ad essere stato condannato a morte dal governo della RPC negli ultimi 18 mesi. Nel novembre 2018, il canadese Robert Schellenberg, era stato dapprima condannato a 15 anni di carcere e multato per 21.200 dollari, per aver cercato di portare illegalmente 222 kg di droghe da Dalian, città nel Nord-Est della RPC, in Australia, nel 2014. Tuttavia, dopo aver fatto appello a tale sentenza una corte della stessa città di Dalian lo aveva condannato a morte, nel gennaio 2019.  

L’Australia e la RPC cooperano per combattere il traffico illegale di droghe tra i due Paesi. In particolare, il 2 novembre 2015, la Polizia federale australiana (AFP) e la Commissione nazionale per il Controllo sui Narcotici cinese(NNCC) hanno avviato la Task-force Blaze per contrastare il flusso illegale di stupefacenti che, fino al suo rinnovo avvenuto il 12 dicembre 2018, aveva portato al sequestro di circa 20 tonnellate di droghe. La task-force ha sede a Guangzhou e ha validità fino al 2020.

L’annuncio del verdetto della corte di Guangzhou è arrivato in un momento di crescenti tensioni tra Pechino e Canberra che sono peggiorate ulteriormente da quando la seconda si è unita all’Unione Europea per chiedere un’indagine indipendente sulle origini della pandemia di coronavirus all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il 18 maggio scorso. Ciò ha provocato varie reazioni da parte della RPC, da dove è partita l’epidemia lo scorso dicembre 2019. Pechino ha finora cercato di colpire i settori delle esportazioni, del turismo e dell’istruzione australiani, per i quali rappresenta un’enorme risorsa.

La RPC è innanzitutto il maggior partner commerciale di Canberra, con il quale realizza un interscambio annuo dal valore di circa 235 miliardi di dollari australiani. Tale cifra potrebbe variare in quanto, il 18 maggio scorso, dopo aver bloccato le importazioni di carni bovine provenienti da quattro mattatoi australiani, per problemi di etichettatura, Pechino ha imposto tariffe dell’80% sull’orzo proveniente dal Paese perché Canberra avrebbe sussidiato tale coltura per poi operare vendite in Cina a costi di produzione inferiori, venendo meno alle regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).  Dal punto di vista turistico, invece, il 5 giugno, il Ministero della Cultura e del Turismo cinese aveva invitato i propri cittadini ad evitare di viaggiare in Australia citando una condizione di scarsa sicurezza per gli asiatici, in seguito alla diffusione del coronavirus. Lo stesso avvertimento è stato poi rivolto agli studenti cinesi dal Ministero dell’Educazione, il 9 giugno. Tutto ciò potrebbe danneggiare gravemente l’economia australiana, le cui istituzioni hanno criticato duramente le scelte del governo cinese. In particolare, il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha dichiarato che non si lascerà intimidire dai tentativi di coercizione cinesi, l’11 giugno scorso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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