Siria: continua la ribellione contro Assad, licenziato il premier

Pubblicato il 12 giugno 2020 alle 14:56 in Medio Oriente Siria

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In una Siria sempre più colpita dalla crisi economica, la popolazione continua ad occupare le strade della provincia Sud-occidentale di Suweida e a mobilitarsi in altre aree del Paese, chiedendo le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. Quest’ultimo, dal canto suo, ha licenziato il primo ministro, Imad Khamis.

In particolare, secondo quanto riferito venerdì 12 giugno dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, Suweida continua ad essere testimone di un clima di mobilitazione e tensione, sulla scia di quanto accaduto dal 7 giugno scorso. Le forze di sicurezza locali, dal canto loro, hanno provato a frenare la ribellione dei manifestanti, intensificando checkpoint e arresti, durati, tuttavia, poche ore, a causa delle pressioni esercitate dai gruppi armati locali. Parallelamente, gli attivisti hanno esortato la popolazione del Golan siriano e di Deir el-Zor a scendere in piazza il 13 giugno e ad unirsi alla rivoluzione contro il regime di Assad e la presenza delle milizie filoiraniane nel Paese.

Ad alimentare un tale fermento popolare vi è il deterioramento delle condizioni di vita e dell’economia siriana, già colpita da nove anni di conflitto. Oltre alla svalutazione della moneta locale, l’economia di Damasco dovrà presto far fronte all’attuazione del cosiddetto Caesar Act, prevista per il 17 giugno. Si tratta di una legislazione elaborata da Washington, che sanziona il regime siriano, incluso il presidente Assad, per i crimini di guerra commessi contro la popolazione siriana e colpisce industrie siriane, dal settore militare alle infrastrutture e all’energia, così come privati ed entità iraniane e russe che forniscono finanziamenti o altro tipo di assistenza al presidente siriano.

La moneta locale, scambiata a 47 lire al dollaro allo scoppio della rivolta anti-Assad nel 2011, all’inizio del 2020 aveva già toccato poco meno di 1.000 lire. Ora, la prospettiva di nuove sanzioni economiche statunitensi ha fatto precipitare la valuta siriana, negli ultimi giorni, a oltre 3.000 lire al dollaro. La svalutazione della lira siriana ha causato un’impennata dei prezzi anche per i beni di prima necessità, prodotti alimentari e medicine in primis. I prezzi di alcuni prodotti di base, come pane e zucchero, sono raddoppiati, e molti rivenditori hanno chiuso i propri negozi in diverse zone del Paese, rifiutandosi di vendere merce fino a quando non si raggiungerà una stabilità nei prezzi. “Persino le cipolle sono care” ha dichiarato una cittadina di Damasco. Non da ultimo, le aziende farmaceutiche rischiano di chiudere, una volta terminate le materie prime disponibili.

In tale quadro, secondo quanto riportato da al-Arabiya, anche i circoli di fedeli al regime hanno iniziato a mostrare il proprio malcontento nei confronti di Assad, e hanno anch’essi iniziato a considerare l’ipotesi di richiedere le dimissioni del presidente. Sebbene prima fosse considerato un tabù esprimere idee simili, soprattutto all’interno della cerchia degli affiliati al governo, al momento questa sembra essere una delle soluzioni per risanare il Paese.

Da parte sua, Assad, l’11 giugno, ha licenziato il primo ministro, Imad Khamis, designando il ministro per le Risorse idriche, Hussein Arnous, come suo successore. La decisione improvvisa, stando a quanto riferito dai media siriani, non è stata giustificata, ma è probabile che si sia trattato di un tentativo del presidente di trovare una soluzione alla crescente crisi, non più solo economica. Arnous, in carica dal 2016, era stato spesso bersaglio di critiche da chi riteneva il regime responsabile della crisi in corso. Il premier, da parte sua, aveva rivolto accuse contro gli Stati Uniti, ritenendo le misure imposte “parte di una grande guerra”.

Le proteste degli ultimi giorni hanno interessato anche Daraa, la culla della rivoluzione siriana, dove scoppiarono le prime proteste nel 2011, provocando il perdurante conflitto, la cui data di inizio è da far risalire al 15 marzo 2011. A confrontarsi vi sono, da un lato, le forze dell’esercito del regime siriano coadiuvate da Mosca, mentre, dall’altro lato, i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Sebbene le recenti proteste, secondo alcuni, non siano ancora paragonabili al movimento di nove anni fa, parte della popolazione sente di essere ritornata al punto di partenza.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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