Libia: scoperte fosse comuni a Tarhuna, nessun freno per il GNA

Pubblicato il 12 giugno 2020 alle 9:03 in Africa Libia

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Le forze del governo di Tripoli hanno riferito di aver raggiunto uno dei maggiori canali di rifornimento per l’Esercito Nazionale Libico (LNA), posto tra la Libia orientale e meridionale. Nel frattempo, la missione Onu ha espresso “orrore” a seguito della scoperta di otto fosse comuni a Tarhuna.

In particolare, nella giornata dell’11 giugno, l’operazione Vulcano di Rabbia, del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), ha riferito che le proprie forze sono riuscite a prendere il controllo di uno dei principali canali di approvvigionamento dell’LNA, che si estende per circa 350 km, dalla zona di Al ‘Urban, nel Sud della capitale, fino ad al- Shwayrif, una zona di collegamento tra Tripoli e la città meridionale di Sebha. A detta di fonti tripoline, si tratta di una linea impiegata dall’LNA, esercito posto sotto la guida del generale Khalifa Haftar, soprattutto nell’ultimo anno, con l’obiettivo di fornire armi, munizioni, combattenti e mercenari alle milizie impegnate nella conquista della capitale Tripoli.

Nel frattempo, sebbene vi sia un clima generale di relativa calma, l’esercito del GNA ha continuato ad inviare rinforzi presso gli assi di combattimento ad ovest di Sirte, uno degli obiettivi dell’operazione “Sentieri della vittoria”, volta alla conquista non solo di tale città costiera settentrionale, ma anche della base di al-Jufra e di altre città centrali ed orientali. Gli ultimi sviluppi hanno portato Washington, l’11 giugno, ad esortare le parti in campo a raggiungere un cessate il fuoco, sotto l’egida delle Nazioni Unite e nel quadro delle proposte avanzate con la conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. Queste sono ritenute l’unica strada perseguibile per riportare stabilità in Libia ed evitare “ripercussioni umanitarie”.

Parallelamente, è dell’11 giugno la dichiarazione della Missione di Supporto dell’Onu in Libia (UNSMIL), con cui ha espresso “orrore” di fronte alla scoperta di almeno 8 fosse comuni nella città di Tarhuna, conquistata dall’esercito di Tripoli il 5 giugno, ed ha chiesto indagini tempestive, efficaci e trasparenti ai sensi del Diritto internazionale, con il fine ultimo di identificare le vittime, stabilire le cause della morte e consegnare i corpi alle famiglie. A tal proposito, è stata accolta con favore la decisione del Ministero della Giustizia di istituire una commissione di inchiesta.

La città di Tarhuna, situata a circa 95 km a Sud-Est di Tripoli, era stata impiegata dalle forze di Haftar nella campagna volta alla conquista di Tripoli, intrapresa il 4 aprile 2019. Tuttavia, a seguito della sua recente liberazione, il GNA ha scoperto dei veri e propri cimiteri ed ha ritrovato circa 100 corpi nei pressi dell’ospedale della città, altri in pozzi o contenitori di ferro ed altri ancora ammassati in fosse comuni. Si pensa che questi fossero sia civili locali, contrari alla presenza dell’esercito di Haftar, sia soldati di Tripoli catturati dall’LNA. Proprio l’11 giugno, l’ufficio media di Vulcano di Rabbia ha pubblicato la foto del corpo di una ragazza di 12 anni ammanettata.

In tale quadro, il sottosegretario al governo locale, Abdul Bari Shanbaru, ha affermato che le battaglie condotte nel Sud di Tripoli hanno causato lo sfollamento di circa 85mila famiglie, mentre almeno 125mila abitazioni hanno subito danni, soprattutto nei comuni di Ain Zara, Abu Salim, Tajoura, Al-Aziziya, Al-Suwani e Qasr Bin Ghashir, nella periferia meridionale della capitale. Da parte sua, già il 17 marzo scorso, la Missione UNSMIL si era detta preoccupata per i casi di rapimenti e sparizioni forzate segnalati in diverse città libiche e perpetrate da gruppi armati.

In particolare, proprio nella città di Tarhuna, dal mese di aprile 2019, vi erano state circa 100 segnalazioni di torture, uccisioni e sfollamenti forzati, da parte di forze locali fedeli ad Haftar, tra cui la Nona Brigata al-Kaniyat. Le vittime erano perlopiù cittadini, funzionari statali, combattenti catturati e attivisti della società civile. Precedentemente, il 13 settembre 2019, erano state registrate esecuzioni sommarie presso la prigione di Tarhuna.

L’inizio delle tensioni in Libia è da far risalire al 15 febbraio 2011, punto di partenza della rivoluzione e della guerra civile che, nonostante la caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, avvenuta nell’ottobre dello stesso anno, non hanno portato alla transizione democratica auspicata. Gli schieramenti principali che si affrontano sono il governo di Tripoli e quello di Tobruk. Il primo è nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015 ed è guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj. Si tratta dell’unico esecutivo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite e riceve il sostegno di Italia, Qatar e Turchia. Il secondo è legato al generale Haftar e tra i suoi principali sostenitori vi sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Secondo i dati forniti dalla Missione di Supporto dell’Onu, nel periodo primo gennaio – 31 marzo 2020, il numero delle vittime civili ammonta a 131, di cui 64 morti. Tali cifre rappresentano un aumento del 45% rispetto al medesimo periodo del 2019.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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