La Cina e il governo di Hong Kong si schierano contro “l’interferenza inglese”

Pubblicato il 12 giugno 2020 alle 20:06 in Cina Hong Kong UK

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Il governo di Hong Kong e la branca del Ministero degli Esteri cinese nella città hanno respinto, venerdì 12 giugno, un rapporto della Gran Bretagna che criticava i piani di Pechino per la legislazione sulla sicurezza nazionale, giudicandolo di partee invadente. Nel rapporto, Londra ha affermato che la legislazione proposta da Pechino viola gli obblighi internazionali della Cina e la formula “un Paese, due sistemi” che governa l’ex colonia britannica fin dal suo ritorno al dominio cinese, nel 1997.

Il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, ha affermato che una soluzione alle proteste di Hong-Kong, che durano ormai da un anno e che sono spesso a carattere violento, deve provenire da Hong Kong e non da Pechino. In risposta, il Commissario del Ministero degli Affari Esteri cinese a Hong Kong ha dichiarato che la Gran Bretagna, con le sue insinuazioni, “ha calpestato seriamente i principi del diritto internazionale, inclusa la non interferenza negli affari interni degli altri Paesi”. Daltro canto, anche il governo di Hong Kong ha affermato che si oppone fermamente alle “osservazioni imprecise e distorte” di Londra.

Le autorità locali e quelle di Pechino hanno insistito sul fatto che la legislazione si concentrerà su un numero limitato di “facinorosi” che rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale e non limiterà la libertà dei cittadini. La notizia che il governo cinese avesse intenzione di emanare una legge per rafforzare la sicurezza nazionale di Hong Kong, contro i tentativi di secessione, sovversione e terrorismo, è iniziata a circolare il 21 maggio. Il South China Morning Post, citando una fonte del governo, aveva rivelato che, secondo la Cina, sarebbe stato impossibile per il Consiglio Legislativo di Hong Kong approvare una norma sulla sicurezza nazionale, dato il clima politico nella città. Per questo, il governo di Carrie Lam si era rivolto al Congresso Nazionale del Popolo di Pechino, spingendolo ad assumersi tale responsabilità. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea e altri Paesi hanno subito espresso preoccupazione riguardo all’intenzione della Cina, ampiamente considerata come una possibile svolta per la città, che rappresenta uno dei principali centri finanziari del mondo, anche in forza della sua autonomia rispetto a Pechino. 

Nel frattempo, centinaia di persone si sono radunate venerdì 12 giugno nel quartiere popolare di Mong Kok e in un centro commerciale nel distretto di Sha Tin per celebrare i momenti cardine dell’anno di proteste, illuminando i loro smartphone e cantando slogan a sostegno della democrazia. La polizia antisommossa è stata vista mentre controllava i documenti di identità e, in alcuni casi, inseguiva le persone, le bloccava a terra e le arrestava. A Taipei, la capitale autonomamente dichiarata di Taiwan, decine di cittadini si sono radunati in segno di solidarietà, cantando “Hong Kong libera. Rivoluzione ora”.

Il 7 giugno, il premier inglese Boris Johnson ha scritto un editoriale pubblicato sul Times e su South China Morning Post suggerendo la possibilità che i cittadini di Hong Kong, titolari di passaporti British National Overseas (BNO), si trasferiscano nel Regno Unito, se la Cina dovesse proseguire con l’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale. Johnson ha dichiarato che la decisione di Pechino costituirebbe una violazione della Dichiarazione Congiunta, l’accordo legalmente vincolante e registrato presso le Nazioni Unite, firmato nel 1984 da Londra e Pechino. L’intesa regolava il “ritorno” di Hong Kong alla sovranità cinese, garantendo una serie di autonomie alla città. Se necessario, ha affermato Johnson, il Regno Unito intraprenderà “volentieri” una delle più grandi modifiche alle sue politiche sull’immigrazione e al sistema dei visti per accogliere i cittadini di Hong Kong.Il passaporto BNOè un documento di viaggio che garantisce ai suoi titolari l’ingresso senza visto nel Regno Unito per 6 mesi. Tuttavia, questo non comporta diritti di cittadinanza al momento e non consente automaticamente la possibilità di residenza o di lavoro. La proposta del governo del Regno Unito “consentirebbe a qualsiasi detentore di questi passaporti di venire nel Regno Unito per un periodo rinnovabile di 12 mesi e di ricevere ulteriori diritti di immigrazione, incluso il diritto al lavoro, che potrebbe metterli sulla strada della cittadinanza”, secondo Johnson. Il consolato britannico di Hong Kong stima che 2,9 milioni di persone abbiano diritto a un passaporto BNO, il che significa che quasi il 40% dei 7.45 milioni di abitanti della città potrebbe richiedere il documento. Al momento, circa 350.000 attualmente detengono passaporti BNO. A tal proposito, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian. Zhao ha esortato il Regno Unito a “cambiare questo atteggiamento da guerra fredda e questa mentalità coloniale e a riconoscere e rispettare il fatto che Hong Kong sia già tornata in Cina come regione amministrativa speciale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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