Nuove rivelazioni sulla vendita di armi dagli USA all’Arabia Saudita

Pubblicato il 11 giugno 2020 alle 13:19 in Arabia Saudita USA e Canada

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L’ex ispettore generale del Dipartimento di Stato degli USA, Steve Linick, ha denunciato le pressioni di due alti funzionari per spingere il suo ufficio ad abbandonare un’indagine su una vendita di armi da miliardi di dollari all’Arabia Saudita.

Linick ha riferito al Congresso che 2 alti funzionari hanno cercato di bloccare un’indagine sull’accordo per la vendita di armi, secondo una trascrizione dell’intervista, resa pubblica il 10 giugno. Tale audizione è arrivata a seguito del licenziamento dell’ispettore generale da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dell’avvio di un indagine su questa rimozione, da parte dei democratici. 

Linick, che era ispettore generale dal 2013, stava esaminando le accuse contro il segretario di Stato, Mike Pompeo, per aver abusato, insieme a sua moglie, del personale del governo per condurre commissioni personali e molte altre questioni. Trump ha licenziato bruscamente l’ispettore il 15 maggio, senza fornire una ragione. “Ero in uno stato di shock perché non avevo ricevuto alcun preavviso”, ha affermato Linick, ricordando la sua reazione quando è stato informato della decisione di Trump. “Non avevo alcuna indicazione”, ha aggiunto. Poco dopo il rilascio della trascrizione, Pompeo ha definito Linick un “pessimo attore” che aveva agito in modo inappropriato e non nel migliore interesse del Dipartimento di Stato. Il segretario di Stato non ha risposto alle accuse di pressione contro l’ispettore.

Linick ha dichiarato di aver aperto un’indagine su una vendita di armi da 8 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, su richiesta di alcuni parlamentari statunitensi che sostenevano che Pompeo aveva eluso impropriamente il Congresso per approvare l’accordo. Linick ha dichiarato che Brian Bulatao, alto dirigente del Dipartimento di Stato, e il consulente legale, Marik String, hanno cercato di fermarlo. Bulatao sosteneva che “non avremmo dovuto proseguire con il lavoro perchè si trattava di una questione politica che non rientra nella nostra giurisdizione”, secondo Linick, aggiungendo che sia Bulatao che String “avevano la stessa idea” sulla questione. L’ex ispettore ha dichiarato di ritenere appropriata la revisione sull’accordo con i sauditi, per esaminare se sono state seguite le procedure e i regolamenti adeguati. L’uomo ha poi affermato di aver richiesto un colloquio a Pompeo sul tema, ma non aveva mai ricevuto risposta. Linick ha poi riconosciuto che Pompeo aveva risposto per iscritto alle sue domande.

Il 18 luglio 2019, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti aveva votato per bloccare una vendita di armi da 8,1 miliardi di dollari all’Arabia Saudita e altri Paesi alleati. I rappresentanti che si sono opposti alla compravendita sostenevano che le armi dirette a Riad rischiano di essere utilizzate nella guerra in Yemen, dove il Paese sta guidando una coalizione contro i ribelli Houthi. I Paesi del Golfo sono sostenuti dagli Stati Uniti, mentre i ribelli sono appoggiati dall’Iran. I parlamentari, tra cui alcuni repubblicani del Senato, avevano sottolineato che non esistono motivi legittimi per bloccare questo provvedimento del Congresso, che ha il diritto di disapprovare le vendite di armi.

Nel sostenere questa decisione, i democratici avevano affermato che la partecipazione degli Stati Uniti alla coalizione guidata dai sauditi in Yemen, che avviene principalmente attraverso la fornitura di armi carburante per gli aerei, è incostituzionale senza l’autorizzazione del Congresso. Numerosi legislatori, come il senatore liberale Bernie Sanders, hanno cercato per anni di rivendicare i poteri delle Camere su questioni di guerra e pace. Tale vendita fa riferimento al conflitto in Yemen, scoppiato a marzo del 2015, che vede contrapporsi due fazioni: da una parte, i ribelli sciiti Houthi, supportati dall’Iran, e, dall’altra, le forze governative del presidente Hadi. Quest’ultimo è sostenuto dalla coalizione a guida saudita. 

La coalizione a guida saudita è entrata nel conflitto yemenita il 26 marzo 2015, in sostegno del presidente Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. Gli Houthi hanno controllato la capitale del Paese, Sana’a, e le più vaste aree popolate dello Yemen dallo scoppio del conflitto. Le Nazioni Unite stanno portando avanti numerosi colloqui con gli Houthi e il governo sostenuto dai sauditi per trovare una soluzione politica a questa tremenda guerra, che continua a seminare morte e che ha ridotto lo Yemen sull’orlo della carestia. Il Paese, a seguito di questi 4 anni di conflitto, rappresenta la realtà più povera del Medio Oriente. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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