Cina: problemi con l’Australia, distensioni con l’India

Pubblicato il 11 giugno 2020 alle 11:40 in Australia Cina India

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Il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha dichiarato che non si lascerà intimidire dai tentativi di coercizione cinesi, l’11 giugno, rispondendo alle recenti mosse di varie autorità della Repubblica Popolare Cinese (RPC), che hanno danneggiato e potrebbero ulteriormente colpire gli interessi di Canberra. Il giorno precedente, invece, nel contesto delle crescenti tensioni registrate al confine tra Cina e India, sembrerebbe essere prevalsa la via del dialogo tra i comandanti delle rispettive forze armate in loco.

Per quanto riguarda la sempre più tesa relazione sino-australiana, parlando all’emittente radiofonica 2GB, Morrisson ha risposto all’ultima mossa della RPC che, tramite  una dichiarazione del Ministero dell’Educazione del 9 giugno, ha invitato gli studenti cinesi ad evitare di andare a studiare in Australia per motivi di sicurezza, causati dai crescenti episodi di razzismo nei confronti degli asiatici, in seguito alla diffusione del coronavirus. Tali dichiarazioni sono state categoricamente respinte sia dal premier australiano, che le ha definite “spazzatura” e “ridicole”, sia dalle istituzioni del Paese. Tra queste, è intervenuto il Group of Eight, che rappresenta le università d’élite australiane, affermando che l’istruzione è stata utilizzata come pedina di giochi politici e il rettore della Australian National University, Julie Bishop, che ha definito Canberra una delle città più sicure al mondo. Per l’Australia la formazione di studenti internazionali rappresenta un’importante risorsa economica dal valore di 26 miliardi di dollari l’anno e gli studenti cinesi sono la nazionalità più numerosa tra i circa 500.000 che, ogni anno, si iscrivono alle istituzioni del Paese.

I già indeboliti legami sino-australiani sono peggiorati da quando Canberra si è unita all’Unione Europea per chiedere un’indagine indipendente sulle origini della pandemia all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il 18 maggio, provocando varie reazioni avverse da parte di Pechino che ha finora cercato di colpire le esportazioni, il turismo e l’istruzione del Paese. Il 5 giugno, il Ministero della Cultura e del Turismo cinese aveva invitato i propri cittadini ad evitare di viaggiare in Australia sempre citando una condizione di scarsa sicurezza per gli asiatici. In risposta a questi ultimi avvenimenti, l’11 giugno, l’Australia ha presentato una protesta al Ministero degli Esteri di Pechino e all’ambasciata cinese a Canberra.

Oltre ad essere un’importante risorsa turistica e per l’istruzione, la RPC è anche il maggior partner commerciale di Canberra, con il quale realizza un interscambio annuo dal valore di circa 235 miliardi di dollari australiani. Il 18 maggio, la RPC aveva imposto tariffe dell’80% sull’orzo d’importazione australiana, accusando il Paese di essere venuto meno alle regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), dopo che, la settimana precedente, aveva già bloccato le importazioni di carni bovine provenienti da quattro mattatoi diversi, per problemi di etichettatura.

Parallelamente alla crescita di tensioni con l’Australia, quelle con l’India sembrerebbero dirigersi verso la riduzione. Il 10 giugno, una portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha affermato che il dialogo sino-indiano sulle tensioni al confine sta proseguendo attraverso i canali  diplomatico e militare, riscuotendo consensi positivi. Il 6 giugno, i comandani delle forze impegnate nell’area si erano già incontrati, avviando il processo di risoluzione.  Le parti sembrerebbero così aver interrotto lo stallo creatosi esattamente un mese prima lungo il confine condiviso, dopo il verificarsi di sporadiche schermaglie tra i rispettivi eserciti che aveva da subito provocato timori di un ripetersi delle tensioni del 2017 . Non è ancora del tutto chiaro come si siano accese le recenti ostilità. A detta della parte indiana, le truppe cinesi avrebbero cercato di entrare nel proprio territorio, mentre fonti di Pechino hanno al contrario affermato che gli indiani stessero cercando di costruire nel proprio ambito strutture di difesa.

Nel 2017, Pechino e Nuova Delhi avevano dispiegato centinaia di uomini sull’alto-piano di Doklam, collocato al confine tra India, Cina e Bhutan, dopo che la penisola asiatica si era opposta alla costruzione di una strada da parte della RPC nell’area, iniziata il 16 giugno di quell’anno.  Tali mosse avevano creato mesi di stallo tra i Paesi coinvolti,  che si protrassero fino al successivo 28 agosto, quando, RPC e India comunicarono il ritiro delle forze armate da Doklam.

L’india e la RPC si sono ripetutamente scambiate accuse di intrusione nei rispettivi territori lungo il confine condiviso, tuttavia casi di scontri armati tra le parti sono sempre stati rari. Nel 1962 le dispute di frontiera provocarono una breve guerra tra le parti che iniziò il 10 ottobre di quell’anno e si concluse il successivo 21 novembre, con la vittoria di Pechino che sottrasse all’allora nemico parte del territorio himalaiano noto come Aksai Chin. Al centro del conflitto vi era il controllo su tale area e sulla ex North East Frontier Agency, l’attuale Stato indiano dell’Arunachal Pradesh .

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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