Russia e Cina proteggono Teheran dalle sanzioni di Washington

Pubblicato il 10 giugno 2020 alle 10:17 in Iran USA e Canada

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Russia e Cina hanno cominciato ad agire, nel quadro delle Nazioni Unite, per impedire agli Stati Uniti di imporre un pacchetto di sanzioni “senza precedenti” contro l’Iran.

In particolare, secondo quanto riportato da al-Arabiya il 10 giugno, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, e il diplomatico cinese Wang Yi hanno scritto una lettera indirizzata ai membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e al Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in cui evidenziano come Washington minacci di imporre le sanzioni previste dall’accordo sul nucleare iraniano, sebbene si sia ritirato da tale intesa. Nella lettera, datata 27 maggio ma resa pubblica successivamente, Lavrov definisce un tale comportamento “inaccettabile ed irresponsabile”.

Il riferimento va all’avvertimento della Casa Bianca di promuovere la re-imposizione di sanzioni dell’Onu contro l’Iran, nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza non estenda ulteriormente l’embargo sulle armi, la cui scadenza è prevista per il mese di ottobre. A tal proposito, l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Kelly Craft, aveva precedentemente riferito che presto Washington avrebbe fatto circolare una bozza per una risoluzione relativa proprio alla questione embargo. Russia e Cina, Paesi con potere di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza, si sono detti contrari al prolungamento di tale misura e, nel caso in cui riescano a bloccare la risoluzione, si teme che gli USA possano ritornare ad applicare severe sanzioni.

Il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo siglato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. Il capo della Casa Bianca, Donald Trump, si è ritirato dall’intesa unilateralmente l’8 maggio 2018, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran, e causando una frattura più profonda nei loro rapporti. Alla luce di ciò, il governo di Teheran ha cominciato a venir meno agli impegni presi.

L’Iran ha più volte chiesto la diminuzione delle sanzioni, soprattutto a seguito dello scoppio della pandemia di Covid-19. Tale emergenza ha poi spinto Teheran a chiedere al Fondo Monetario Internazionale (FMI) un prestito di 5 miliardi di dollari per contrastare con efficacia la diffusione del virus. Sebbene le forniture mediche non siano soggette a sanzioni in caso di emergenza umanitaria, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha continuato ad ostacolare le richieste dell’Iran e a incrementare le proprie sanzioni.

A tal proposito, tra le ultime mosse, il 26 marzo Washington ha imposto sanzioni contro persone e società presumibilmente legate ai Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), colpendo aziende irachene e iraniane che il Dipartimento del Tesoro statunitense aveva accusato di agire per conto della Quds Force. Ancor prima, il 17 marzo, ulteriori sanzioni hanno riguardato 7 società internazionali coinvolte nell’acquisto di prodotti petrolchimici iraniani. Tra queste, la Mcfly Plastic Hk, la Saturn Oasis Co e la Sea Charming Shipping Company, con sede ad Hong Kong, a cui si aggiungono la Dalian Golden Sun Import & Export, la Tianyi International e la Aoxing Ship Management di Shanghai, con sede nella Cina continentale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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