Venezuela: Maduro impone restrizioni al rientro degli emigrati

Pubblicato il 9 giugno 2020 alle 12:48 in Colombia Venezuela

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A partire da lunedì 8 giugno il governo di Nicolás Maduro ha imposto nuove restrizioni al ritorno in patria dei venezuelani emigrati durante la crisi economica e sociale che sconvolge il Paese ormai da oltre 6 anni.

Con l’avanzata della quarantena, il leader chavista ha cambiato il suo discorso di “braccia aperte” per i migranti che, a decine di migliaia, hanno iniziato a rientrare in patria da quando la crisi del covid-19 ha posto fine alla precaria stabilità di cui godevano nei paesi di immigrazione, che avevano raggiunto sfuggendo a iperinflazione, deficit di beni di prima necessità e insicurezza. “Ritornano in fuga dalla xenofobia in quei paesi” – ha insistito Maduro nel tentativo di capitalizzare politicamente il ritorno, dopo che si è verificato un massiccio esodo durante il suo governo. Ora, nella narrativa chavista, vengono definiti “armi biologiche”. Nel bollettino quotidiano dei casi confermati di coronavirus, le autorità di Caracas sottolineano che la maggior parte di essi è “importata” dalla Colombia e dal Brasile. Maduro ha persino assicurato che il presidente della Colombia, Iván Duque, invia “persone contaminate” in Venezuela.

“Dico a tutto il Venezuela di non accettare le persone che hanno attraversato i sentieri informali e hanno eluso i controlli sanitari per tornare a casa” – ha dichiarato in televisione il capo dello stato. “Tutti gli sforzi sono necessari per evitare che una persona irresponsabile, per capriccio, finisca per contaminare la sua famiglia. Chiedo aiuto a tutti i governatori e alle persone. Se hai un vicino che rientra, chiama la polizia, le Forze armate o il più vicino ospedale  in modo che possiamo trovare quella persona”. La Colombia ha più di 1.200 decessi associati a covid-19 e ha oltre 40.000 casi rilevati. Il Venezuela riporta ufficialmente 2.377 casi e 22 morti, ma le cifre sono contestate da osservatori indipendenti e dall’opposizione anti-chavista.

Le relazioni tra Bogotà e Caracas sono state interrotte per più di un anno, Duque ha definito Maduro “dittatore” e ha offerto sostegno illimitato a Juan Guaidó, che ha riconosciuto come presidente ad interim. Maduro ha risposto Duque di terrorismo. Tuttavia, nonostante il fatto che la Colombia abbia chiuso i suoi confini dal 14 marzo come parte degli sforzi per contenere il virus, le autorità migratorie hanno aperto corridoi umanitari lungo una linea di confine di oltre 2.200 chilometri facilmente attraversabile grazie a numerosi sentieri illegali nella foresta. Dai dipartimenti colombiani di Norte de Santander, Arauca e, in misura minore, La Guajira – dove il passaggio è sporadico – sono stati registrati, finora, più di 500 rimpatri giornalieri.

Maduro, tuttavia, ha deciso di ridurre i numeri di accoglienza autorizzati. In primo luogo, ha limitato a tre giorni alla settimana il passaggio da Arauca attraverso il ponte internazionale José Antonio Paéz, e a partire da lunedì 8 giugno accade lo stesso al ponte internazionale Simón Bolívar, il principale valico di frontiera, tra Norte de Santander e lo stato venezuelano di Táchira. Il transito di persone sarà consentito solo il lunedì, il mercoledì e il venerdì, in gruppi di massimo 300 persone da Norte de Santander e massimo cento da Arauca.

Queste restrizioni implicano una riduzione di quasi l’80% al ritorno dei venezuelani, secondo i calcoli delle autorità migratorie della Colombia.

La Colombia, di gran lunga la principale destinazione di una diaspora che supera già i cinque milioni di persone in tutto il mondo, ha aggiornato i suoi dati ufficiali a maggio. Alla fine di marzo, quando è entrata in vigore la quarantena nazionale, la Colombia ospitava 1.809.000 cittadini venezuelani, con un calo dello 0,9% rispetto a febbraio. È la prima volta in cinque anni che la popolazione migrante nel Paese è diminuita. Tuttavia, un recente rapporto di Human Rights Watch (HRW) punta nella direzione opposta, avvertendo che l’avanzamento della pandemia in Venezuela potrebbe “far sì che più persone provino a lasciare il Paese” via via che la situazione in Colombia si stabilizza.

Durante la crisi sanitaria, oltre 71.000 venezuelani sono tornati volontariamente nel loro Paese in quasi un migliaio di autobus coordinati con sindaci e governi che li hanno portati al confine da diverse parti della Colombia. Le misure di confinamento impediscono loro di guadagnarsi da vivere nelle città in cui avevano trovato rifugio e molti sono stati persino sfrattati dalle case che avevano in affitto. La situazione tende a peggiorare. Secondo tutte le proiezioni, nei principali paesi ospitanti, dove la grande maggioranza dei venezuelani vive alla giornata, la povertà e la disoccupazione aumenteranno. Il governo di Duque ha ribadito in più occasioni che la Colombia non promuove questi ritorni, ma deve rispettare il loro diritto a emigrare anche in mezzo alle quarantene e alla chiusura dei confini.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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