Mali: indagine sull’uccisione di 43 civili da parte di sospetti militari

Pubblicato il 9 giugno 2020 alle 17:06 in Africa Mali

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Il governo maliano ha annunciato di aver avviato un’indagine per accertare la responsabilità dell’esercito nell’uccisione di circa 43 civili, durante gli attacchi condotti contro due villaggi nel corso della scorsa settimana. Uomini armati, vestiti in abiti militari, hanno fatto irruzione nel villaggio di Binedama, venerdì 5 giugno, uccidendo 29 persone, tra cui donne e bambini e bruciando diverse case. Due giorni prima, gli aggressori avevano ucciso 14 persone nel villaggio di Niangassadiou, secondo quanto dichiarato dal governo in una nota.

Entrambi i villaggi si trovano a Mopti, una regione del Mali centrale che negli ultimi anni ha assistito a unescalation degli attacchi, soprattutto a base etnica. I leader delle comunità locali hanno affermato che in tutti e due i casi gli aggressori hanno preso di mira i membri del gruppo Fulani, unetnia di pastori semi-nomadi accusati dalle comunità agricole rivali di sostenere i gruppi armati locali. Per tale ragione, i Fulani si ritrovano spesso ad essere bersaglio di violenza da parte delle milizie etniche locali, nonché delle stesse forze governative.

L’associazione Fulani, Tabital Pulaaku, ha affermato che le vittime dei recenti attacchi erano tutti civili innocenti. Il gruppo ha inoltre accusato i soldati maliani di essere responsabili di entrambe le aggressioni, dichiarando che le truppe hanno circondato Binedama con i loro mezzi blindati prima di entrare nel villaggio e, allo stesso modo, hanno anche attaccato la comunità di Niangassadiou.

Il governo ha accolto l’accusa rivolta dallassociazione e ha affermato di aver chiesto alle forze armate e al sistema giudiziario di condurre le dovute indagini. “Se si scoprisse che questi omicidi fossero opera dei membri dell’esercito nazionale, le sanzioni corrispondenti alla gravità di queste azioni sarebbero prese dal capo dell’esercito”, ha riferito il governo maliano in una dichiarazione ufficiale, rilasciata domenica 7 giugno.

Diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno più volte accusato le forze armate del Mali di aver preso di mira persone sospettate di simpatizzare per i gruppi armati locali e di aver compiuto uccisioni extragiudiziali, rapimenti, torture e arresti arbitrari. Il governo, da parte sua, ha riconosciuto alcuni degli abusi commessi in passato dalle forze di sicurezza, ma ha respinto la maggior parte delle insinuazioni avanzate dalle organizzazioni civili. Gli stessi militari hanno promesso di indagare sulle accuse.

Venerdì 5 giugno, decine di migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale, Bamako, per chiedere le dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita, rieletto nel 2018 per un secondo mandato quinquennale con la promessa di portare la pace in un Paese che continua ad essere lacerato dalla violenza dei gruppi armati e dagli scontri tra etnie rivali. Lunedì 8 giugno, alcuni funzionari delle Nazioni Unite, dell’Africa occidentale e dell’Unione africana (UA) hanno voluto incontrare Mahmoud Dicko, un influente leader musulmano che figura tra gli organizzatori delle manifestazioni. Una fonte vicina alla coalizione che presiede le proteste, parlando in condizione di anonimato, ha dichiarato all’agenzia di stampa Agence France Presse che la comunità internazionale voleva avere informazioni sugli obiettivi delle rivolte e svolgere il ruolo di mediatore. Anche il capo della missione di pace delle Nazioni Unite, MINUSMA, Mahamat Saleh Annadif, secondo quanto confermato dal suo portavoce, Olivier Salgado, ha incontrato, insieme ai rappresentanti delle organizzazioni regionali, alcuni organizzatori delle manifestazioni e diversi rappresentanti delle autorità nazionali al fine di trovare dei modi per rinnovare il dialogo.

Nel 2012, il Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata scoppiata nel Nord e, successivamente, nel 2013, la situazione è peggiorata quando le forze francesi hanno respinto i ribelli islamisti e Tuareg dai territori del Nord, occupati nel corso dell’anno precedente. Da allora, si verificano periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. Inizialmente le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del Nord ma, nel corso del tempo, si sono estese anche nel centro e nel Sud del Paese. Il conflitto si è poi diffuso verso il Burkina Faso e il Niger e, secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 4.000 persone sono morte nel corso dell’anno passato nei tre Paesi dell’Africa occidentale. Gli sfollati, invece, sono tuttora centinaia di migliaia.

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Chiara Gentili

di Redazione

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