Cina: invitata ai negoziati sul nucleare, preoccupa la sua potenza

Pubblicato il 9 giugno 2020 alle 11:33 in Cina Russia USA e Canada

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L’inviato speciale per il controllo delle armi della presidenza americana, Marshall Billingslea, ha comunicato che, in base a quanto concordato con il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, i prossimi negoziati sulle armi nucleari tra Russia e Stati Uniti si terranno nel mese di giugno 2020 e all’evento sarà invitata anche la Repubblica Popolare Cinese (RPC). Tale comunicazione è stata data l’8 giugno dall’account Twitter di Billingslea il quale ha chiosato la notizia ponendo l’interrogativo: “La Cina si presenterà e negozierà in buona fede?”.

Russia e Stati Uniti si incontreranno per discutere il rinnovo del trattato sulla riduzione e limitazione della rispettiva deterrenza di armi nucleari, noto come New Strategic Arms Reduction Treaty (New START), siglato a Praga l’8 aprile 2010 e che scadrà il prossimo 5 febbraio 2021. L’amministrazione del presidente americano, Donald Trump, si è dimostrata aperta alla possibilità di rinnovare l’accordo con la Russia ma ha sottolineato la necessità della partecipazione cinese. Lo stesso Billingslea aveva dichiarato in precedenza di ritenere possibile che Pechino stesse accrescendo le proprie capacità nucleari occultamente e indisturbatamente, e, per questo, sarebbe stato necessario includerla al tavolo dei negoziati.

Al contrario, il 14 maggio scorso, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva dichiarato di ritenere la partecipazione cinese al meccanismo bilaterale tra Russia e USA totalmente forzata, affermando che gli schemi multilaterali per rafforzare la sicurezza e la stabilità internazionali debbano essere implementati volontariamente e tenendo conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutti i partecipanti. L’8 giugno, durante un’intervista televisiva, il vice ministro degli Esteri russo ha affermato che l’amministrazione Trump sta cercando di coinvolgere la RPC ogni qualvolta si discutano temi internazionali, al punto che la ha accusata di essere “ossessionata con la Cina”.

Da parte sua, Pechino ha dimostrato di non essere interessata a partecipare a tali negoziati. Il 15 maggio scorso, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, aveva comunicato che la RPC non ha intenzione di istituire un dialogo trilaterale sul controllo delle armi nucleari e aveva aggiunto che Mosca e Washington, detenendo i più grandi arsenali al mondo, hanno la responsabilità di ridurli e di creare così le condizioni di accesso ai negoziati per altri Paesi. Tuttavia, si stima che la RPC abbia il terzo arsenale nucleare al mondo e che possieda circa 300 armi di tale genere.

Contemporaneamente, l’8 giugno, anche il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, parlando del futuro dell’organizzazione per i prossimi dieci anni, ha espresso preoccupazione per l’ascesa e il ruolo della RPC, che sta spostando sostanzialmente gli equilibri internazionali e accelerando la corsa per la supremazia economica e tecnologica. A detta di Stoltenberg, tutto ciò moltiplicherebbe le minacce alla società aperta e alle libertà individuali, aumentando la concorrenza rispetto ai valori e modi di vivere dei Paesi della NATO. Per tali e altre ragioni, il segretario ha affermato che l’organizzazione dovrà adattarsi a questa nuova normalità rafforzandosi militarmente, politicamente e adottando un approccio globale per proteggere la sicurezza delle democrazie che è la base della loro prosperità odierna e futura. Infine, Stoltenberg ha sottolineato l’importanza di incentivare la collaborazione con Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

Tra i tentativi per cercare di limitarla, tuttavia, secondo un’analisi proposta dal The Diplomat, non andrebbe considerato il New START, in quanto l’amministrazione Trump potrebbe non essere in grado di indurre la Cina a parteciparvi. Washington avrebbe tentato ripetutamente di indurre Pechino all’obbedienza lanciandole segnali per farle capire che non intende più auto-limitarsi. Tra questi ci sarebbero i ritiri dal Trattato sui Cieli Aperti (OST), lo scorso 21 maggio, e dal Trattato sulle Forze Nucleari a Raggio Intermedio (INF), il 2 agosto 2019, l’annuncio di possibili test nucleari e l’aumento della spesa sulla difesa.

 Tuttavia, nonostante tali mosse, secondo The Diplomat, al momento, Washington non riveste una posizione tale da poter minacciare la Cina. Innanzitutto, quest’ultima sta spendendo quote inferiori del proprio PIL rispetto agli USA e, sebbene la sua vitale crescita economica potrebbe non continuare ad essere tale, ha un margine di manovra sufficiente nella propria spesa militare per mantenere la propria difesa in una posizione rilevante rispetto a quella degli USA, senza per questo rischiare la bancarotta. Inoltre, nel proprio confronto con Washington, Pechino avrebbe sempre accettato la propria vulnerabilità militare, non ricercando necessariamente, ad esempio, parità nucleare ma portandosi ad un eguale livello di armamenti convenzionali nel Pacifico occidentale. Infine, le recenti mosse dell’amministrazione Trump anziché intimidirli hanno scoraggiato gli altri Paesi, tra cui la RPC, a credere ad un suo impegno a lungo termine rispetto ad accordi sul controllo delle armi o di qualsiasi altro tipo, compreso il New START.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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