Libano: il “movimento del 17 ottobre” contro governo ed Hezbollah

Pubblicato il 8 giugno 2020 alle 13:40 in Libano Medio Oriente

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La popolazione libanese ha nuovamente occupato le strade della capitale Beirut, dalla sera del 6 giugno, dando vita a tensioni che hanno causato almeno 48 feriti.

In particolare, oltre a lamentare una situazione economica sempre più precaria, a scontrarsi nella sera del 6 giugno vi sono stati gruppi sostenitori e oppositori di Hezbollah. Secondo quanto riportato dai media locali, sono stati uditi spari di armi da fuoco in alcune aree periferiche di Beirut, mentre le forze di sicurezza sono state costrette a dispiegarsi con maggiore intensità. La richiesta principale di coloro che contrastano il partito sciita filo-iraniano è il suo disarmo, sebbene il motivo alla base dei movimenti di protesta continui ad essere il perdurante deterioramento delle condizioni di vita ed economiche. “Finché ci sono milizie più forti dello Stato, il governo non sarà in grado di contrastare la corruzione” sono state le parole di un cittadino sceso in piazza.

Fonti locali hanno riferito che le forze di sicurezza hanno utilizzato gas lacrimogeni per disperdere la folla di manifestanti, mentre i due gruppi pro e contro Hezbollah si lanciavano pietre l’un l’altro. Secondo i dati forniti dalla Croce Rossa libanese, sono stati almeno 48 i manifestanti rimasti feriti, 11 dei quali sono stati portati in ospedale.

Quella del 6 giugno è stata la prima manifestazione che ha visto la partecipazione di cittadini provenienti da diverse parti del Paese, visto l’indebolimento delle misure di lockdown volte a prevenire la diffusione di Covid-19. Sebbene vi siano state tensioni tra i due gruppi avversari, scendendo in piazza la popolazione libanese mira ad esprimere la propria rabbia nei confronti di una classe politica al potere incapace di risolvere la crisi attuale. A seguito delle tensioni verificatesi, il presidente libanese, Michel Aoun, ha affermato che gli episodi della sera del 6 giugno hanno rappresentato un campanello d’allarme e che è necessario superare le divergenze e le dispute a livello politico per risanare il Paese dalle molteplici crisi. “Il nostro punto di forza continua ad essere l’unità nazionale” sono state le parole di Aoun. Parallelamente, diversi leader politici e religiosi hanno messo in guardia dal pericolo di una violenza settaria.

L’ondata di forte mobilitazione popolare in Libano aveva avuto inizio il 17 ottobre scorso, ma era stata sospesa con lo scoppio dell’epidemia di Covid-19. La richiesta principale della popolazione è la caduta di un sistema politico considerato corrotto e, pertanto, responsabile della crisi attuale. A capo del governo di Beirut vi è un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, succeduto al premier Saad Hariri, dimessosi il 29 ottobre. É stato proprio Diab, il 20 maggio, a sottolineare come il popolo libanese si trovi di fronte ad un pericolo un tempo impensabile, ovvero una crisi alimentare, e come una delle cause sia da far risalire a decenni di corruzione e cattiva governance.

Tuttavia, proprio la pandemia di coronavirus ha aggravato una situazione già complessa, che vede il Libano come uno dei Paesi maggiormente indebitati al mondo, il cui debito sovrano è pari a 87 miliardi di dollari, ovvero il 170% del PIL. Secondo stime ufficiali, più del 35% dei libanesi è senza lavoro, mentre il tasso di povertà è aumentato fino a raggiungere il 45% della popolazione. Attualmente il governo ha intrapreso una prima fase di negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), a cui è stato già presentato il piano di salvataggio approvato dal Consiglio dei ministri il 30 aprile.

Secondo alcuni ricercatori ed esperti di Affari pubblici, Hezbollah cerca di ostacolare tale piano ed il sostegno del FMI per ricorrere al suo alleato, l’Iran. Tuttavia, gli episodi di “violenza settaria” del 6 giugno sono i primi per il governo di Diab, il che significherebbe che anche il nuovo esecutivo è in crisi e che il partito filoiraniano non desidera più la sua presenza. Parallelamente, un analista politico, Ghassan Hajjar, ha affermato che, in realtà, gli ultimi episodi dimostrano come anche Hezbollah sia in crisi, in quanto sempre più minacciato in modo diretto dal popolo stesso. “Nessuno ha vinto sabato, tutti hanno perso” sono state le parole di Hajjar.

Nato nel 1982 come movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana del Libano meridionale e in seguito evolutosi in un partito politico locale, Hezbollah è un’organizzazione paramilitare sciita che rappresenta un attore chiave nell’arena politica del Libano. Israele considera tale movimento sciita armato, sostenuto da Teheran, la più grande minaccia per il Paese proveniente dall’esterno dei confini nazionali, ed è stato classificato come “terroristico” dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dal Canada e da Israele, oltre che dal Gulf Cooperation Council (GCC) e dalla Lega Araba. Non da ultimo, anche la Germania, il 30 aprile 2020, ha definito Hezbollah un’organizzazione terroristica e ha effettuato una serie di operazioni per catturare sospetti membri del gruppo sul suolo tedesco. Tuttavia, il partito è stato tra i principali sostenitori del nuovo governo di Beirut, la cui fiducia in Parlamento è stata votata l’11 febbraio 2020.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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