Israele: proteste contro i progetti di annessione di Netanyahu

Pubblicato il 7 giugno 2020 alle 11:00 in Israele Palestina

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Migliaia di palestinesi e israeliani si sono riversati nelle strade di Israele per protestare contro l’intenzione del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, di annettere al proprio Paese degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, il 6 giugno.

Le proteste sono state organizzate da gruppi della sinistra israeliana e sono state autorizzate venerdì 5 giugno, a condizione che venisse mantenuta la distanza interpersonale di almeno 2 metri e venissero adottate tutte le misure di sicurezza per evitare la diffusione del coronavirus. Il 6 giugno, i manifestanti hanno portato avanti le proteste e hanno issato cartelloni con su scritto: “No all’annessione, no all’occupazione, sì alla pace e alla democrazia”. In tale contesto, il leader del partito di sinistra Meretz, Tamar Zandberg, ha definito i piani del primo ministro Netanyahu “crimini di guerra” e “crimini contro la democrazia”. Dagli USA, anche il senatore democratico Bernie Sanders ha espresso il proprio sostegno per la protesta e ha dichiarato che è dovere di tutti opporsi a leader dispotici e costruire un futuro di pace per gli israeliani e i palestinesi. Tuttavia, le proteste del 6 giugno non sono state un movimento di massa e, secondo un recente sondaggio condotto dallo Israel Democracy Institute, circa il 50,1% degli israeliani sarebbe a favore dell’occupazione dei territori in Cisgiordania.

Le proteste sono state il frutto delle recenti dichiarazioni di Netanyahu. Il 15 maggio scorso, questi aveva annunciato l’intenzione di annettere, entro il primo luglio prossimo, alcuni territori della Cisgiordania in cui sono presenti insediamenti israeliani, tra cui la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale. Successivamente, il 25 maggio, durante un incontro con i membri del proprio partito di destra, Likud, al parlamento ha definito tali intenzioni tra i primi e più importanti compiti dell’esecutivo israeliano.

Netanyahu è premier di un governo d’emergenza istituito in seguito ad un accordo siglato con il suo ormai ex-rivale Benny Gantz, leader del partito Blue and White. L’esecutivo così formato avrà una durata di tre anni e i due si alterneranno nel ruolo di premier ogni diciotto mesi.  Rispetto alla questione della Cisgiordania, anche Gantz si è espresso in favore dei progetti di annessione di Netanyahu, seppur ritenga necessaria la previa autorizzazione degli USA e della comunità internazionale.

L’amministrazione del presidente americano, Donald Trump, ha appoggiato i progetti di annessione del leader israeliano, presentando il Piano di Pace per il Medio Oriente, lo scorso 28 gennaio. Tale progetto ha come obiettivi primari quelli di riportare la pace in Medio Oriente e risolvere il conflitto arabo-israeliano. Se attuato, il piano garantirebbe ad Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, che sarebbe poi riconosciuta come sua capitale. Inoltre, il Paese preserverebbe i propri insediamenti negli attuali territori palestinesi, che riguardano la Cisgiordania e Gaza. I palestinesi hanno duramente respinto tali progetti, in base ai quali spetterebbe loro il diritto di istituire una propria capitale fuori da Gerusalemme, al di là di una barriera istituita da Israele e a patto che si attengano a pesanti condizioni.

Lo scorso 19 maggio, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, aveva risposto all’annuncio di Netanyahu dichiarando cessati tutti gli accordi e le intese raggiunti con Israele e gli USA e ha di conseguenza definito decaduti tutti gli obblighi e gli impegni da essi derivanti. Secondo Abbas, l’annessione dei territori da parte di Israele vanificherebbe ogni possibilità di pace e di istituire la soluzione a due Stati. Il 3 giugno, poi, in segno di protesta, l’Autorità Palestinese ha rifiutato le entrate fiscali raccolte da Israele per il mese di maggio, circa 190 milioni di dollari, che ogni mese Israele raccoglie a partire dai dazi doganali imposti sulle merci destinate ai mercati palestinesi e che attraversano i porti israeliani. Tale somma rappresenta il 60% del budget dell’Autorità Palestine.

Da parte loro i palestinesi rivendicano il proprio diritto sulla Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, aree che sono state loro sottratte da Israele in seguito alla guerra dei sei giorni, avvenuta nel 1967. La Cisgiordania in particolare è considerata dall’Onu un territorio sotto occupazione militare israeliana ed è per tanto soggetta alla Convenzione di Ginevra del 1949, che tutela e regola i diritti di persone che non partecipano direttamente ad ostilità. Il 20 agosto 1993, la conclusione degli accordi di Oslo ha portato alla creazione dell’Autorità Palestinese l’anno successivo e ha previsto una soluzione a due Stati con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa in due parti, per risolvere le dispute  tra Israele e Palestina. Al momento, in base a tali accordi, il territorio della Cisgiordania è diviso in tre aree amministrative, rispettivamente A, B e C. La prima rappresenta il 18% del territorio ed è sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. La seconda corrisponde al 22% della Cisgiordania ed è amministrata congiuntamente da Israele e Palestina. La terza corrispondente al 61% del territorio è controllata da Israele.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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