Rep. Dem. del Congo: oltre 1.300 civili uccisi negli ultimi 8 mesi

Pubblicato il 5 giugno 2020 alle 14:27 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Circa 1.300 civili sono rimasti uccisi, negli ultimi 8 mesi, durante gli attacchi commessi da gruppi ribelli sparsi in tutta la Repubblica Democratica del Congo, mentre più di mezzo milione risultano sfollati, secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il capo dellOHCHR, Michelle Bachelet, ha avvertito che alcuni dei massacri “possono equivalere a crimini contro l’umanità e crimini di guerra”. Il suo ufficio ha dichiarato in una nota, venerdì 5 giugno, che il numero di vittime è aumentato vertiginosamente nelle ultime settimane mentre i conflitti nelle tre province orientali di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu si diffondono “con disastrose ripercussioni per la popolazione civile”.

Gruppi armati, si legge nella nota, commettono atrocità e uccisioni indiscriminate e talvolta anche le forze governative sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. “Sono sconvolta dall’aumento degli attacchi brutali contro civili innocenti da parte di gruppi armati e dalla reazione delle forze armate e di sicurezza, che hanno anche commesso gravi violazioni, tra cui esecuzioni e violenze sessuali”, ha affermato Bachelet. “Questi non sono solo atti riprovevoli e criminali, ma rompono anche la fiducia tra le persone e i rappresentanti statali, sia di sicurezza che politici”, ha aggiunto.

Nella provincia di Ituri, la violenza si è diffusa in nuove aree mentre i gruppi armati si sono moltiplicati. La milizia principale continua ad essere CODECO, composta principalmente da combattenti della comunità Lendu. Gli attacchi del gruppo non sono diminuiti nemmeno dopo leliminazione del suo maggiore leader, Ngudjolo Duduko Justin, ucciso il 25 marzo. Come documentato in un rapporto delle Nazioni Unite sui diritti umani pubblicato il 10 gennaio 2020 e aggiornato il 27 maggio, CODECO e altri combattenti delletnia Lendu perseguono dal 2017 una strategia di persecuzione dei residenti locali, principalmente Hema, ma anche Alur, al fine di controllare le risorse naturali nella regione. Altri gruppi, tra cui Ndo Okebo, Nyali e Mambisa, hanno cominciato di recente a intensificare le loro offensive. Secondo l’Ufficio congiunto per i diritti umani delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (UNJHRO), tra il primo ottobre 2019 e il 31 maggio 2020, almeno 531 civili sono stati uccisi dai gruppi armati della provincia di Ituri, 375 dei quali a partire da marzo, quando le violenze sono aumentate vertiginosamente.

Nel Nord Kivu, il lancio di operazioni militari da parte delle forze governative, nel novembre 2019, si è tradotto in attacchi di ritorsione contro i civili da parte del principale gruppo armato, le Forze Democratiche Alleate (ADF), che, negli ultimi mesi, hanno ucciso almeno 514 civili usando machete, asce e armi pesanti, rapendo bambini e attaccando scuole e ospedali. Le operazioni delle forze armate, le FARDC, hanno portato l’ADF a spostarsi in territori precedentemente non interessati da conflitti armati. Come nella provincia di Ituri, anche nel Nord Kivu c’è un serio rischio che sorgano gruppi di autodifesa armati, come i Mayi-Mayi, che spesso, piuttosto che difendere i civili, contribuiscono a rendere ancora più problematica la situazione.

“Chiedo alle autorità congolesi di fare tutto il possibile per stabilire l’autorità dello Stato in entrambe queste aree di conflitto, anche introducendo o ampliando la presenza di forze di sicurezza e assicurando che tali forze proteggano i civili piuttosto che farli diventare preda delle loro offensive”, ha dichiarato Bachelet. “La protezione dei civili è responsabilità dello Stato e quando lo Stato lascia il vuoto, altri tendono a colmarlo. Nella Repubblica Democratica del Congo, l’esperienza passata dimostra che ciò può avere risultati catastrofici. La natura generalizzata e sistematica di alcuni degli attacchi contro i civili sia in Ituri che nel Nord Kivu può equivalere a crimini contro l’umanità e crimini di guerra”, ha aggiunto.

Nel Sud Kivu, almeno 74 persone sono state uccise da ottobre 2019 e almeno 36 donne e bambini sono stati violentati in una ripresa della violenza etnica tra le comunità di Banyamulenge e Bafuliro, Babembe e Banyindu. Più di 110.000 persone, la maggior parte delle quali donne e bambini, sono state costrette ad abbandonare le loro case a causa della violenza, alimentata da discorsi di odio diffusi attraverso i mezzi di informazione, i social media e i discorsi pubblici.

Gravi violenze e omicidi hanno avuto luogo anche nella Provincia del Congo centrale e a Kinshasa dove, tra il 30 marzo e il 24 aprile, almeno 62 civili sono stati uccisi e 74 feriti durante 7 operazioni condotte dalle forze armate e di polizia contro i militanti del gruppo politico-religioso Bundu Dia Kongo (BDK). I seguaci del BDK hanno tenuto dimostrazioni vietate, bloccato le strade, usato discorsi di odio, minacciato di espellere gli stranieri dal Congo centrale e attaccato fisicamente alcuni di loro. Tuttavia, anche le forze di sicurezza hanno reagito violentemente, con agenti di polizia che hanno usato sistematicamente proiettili veri per disperdere folle disarmate. Il 22 aprile, a Songololo, nel Congo centrale, gli agenti delle forze dell’ordine hanno fatto irruzione in una casa dove si erano radunati 70 seguaci del BDK, dato fuoco, sparato e usato machete contro coloro che fuggivano dal fuoco, uccidendo 19 persone, incluso un bambino. Due giorni dopo a Kinshasa, la polizia e le forze armate hanno ucciso altri 31 seguaci del BDK in un’operazione per arrestare il leader del gruppo, Ne Muanda Nsemi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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