Libia: il GNA conquista anche Tarhuna, un’ulteriore sconfitta per Haftar

Pubblicato il 5 giugno 2020 alle 11:53 in Africa Libia

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Le forze del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), hanno riferito, venerdì 5 giugno, di aver ripreso il controllo della città di Tarhuna, l’ultima roccaforte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) nell’Ovest della Libia.

A riferirlo, il portavoce delle forze del GNA, Mohamed Qanunu, il quale ha affermato che la liberazione della città, situata a circa 95 km a Sud-Est di Tripoli, è avvenuta senza combattimenti, a seguito del ritiro delle forze dell’LNA. Nelle ore precedenti, l’esercito di Tripoli si era impegnato a circondare la roccaforte penetrando su quattro assi ed aveva esortato i gruppi e le élite locali a collaborare per evitare uno spargimento di sangue. “Le nostre forze eroiche hanno dato alle milizie di Haftar una lezione che non dimenticheranno” sono state le parole di Qanunu. Dal canto suo, il Ministero della Difesa ha precisato che gli uomini dell’LNA sono fuggiti attraverso l’asse meridionale della città, dirigendosi verso Bani Walid, e che l’esercito tripolino stava dando loro la caccia.

Sebbene la conquista di Tarhuna non segni la fine della perdurante guerra in Libia, secondo alcuni esperti militari si tratta di un risultato rilevante che potrebbe altresì cambiare le sorti del conflitto. La città rappresenta una delle porte d’accesso a Tripoli, nonché un canale di rifornimento fondamentale per l’Esercito Nazionale Libico. Tuttavia, il generale a capo dell’LNA, Khalifa Haftar, continua a controllare gran parte dell’Est della Libia e vaste aree meridionali, altresì sede dei principali giacimenti petroliferi del Paese. Nonostante ciò, il risultato del 5 giugno va ad aggiungersi ad una serie di sconfitte susseguitesi sin dall’inizio dell’operazione “Tempesta di pace”, intrapresa il 25 marzo dalle forze del GNA, e che, a detta di alcuni esperti, mostrano un Esercito Nazionale Libico in ritirata.

Altrettanto rilevante è stata la conquista della regione della capitale Tripoli del 4 giugno, quando l’esercito del GNA è riuscito ad entrare nei suoi confini amministrativi, a 14 mesi di distanza dall’inizio dell’offensiva di Haftar, avviata il 4 aprile 2019. Un ulteriore punto di svolta è stato poi rappresentato dalla base aerea di al-Watiya, considerata anch’essa un’importante roccaforte per Haftar nell’Ovest libico, conquistata il 18 maggio. Ancor prima, le forze tripoline avevano ripreso il controllo di circa 8 località sulla costa occidentale, tra cui Sorman, Sabrata, Mitrid e al-‘Ajilat, mentre il 18 aprile avevano avviato una prima offensiva contro Tarhuna, ma, in tale occasione, erano state costrette a ritirarsi, fermandosi ai confini della città.

Al momento, rappresentanti delle due parti belligeranti, LNA e GNA, sono altresì impegnati in un ciclo di colloqui, tenuti sotto l’egida delle Nazioni Unite, da inserirsi nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5. Quest’ultimo è stato istituito nel corso della conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020 e l’obiettivo principale è portare a una tregua in Libia attraverso una risoluzione politica pacifica. Haftar, dal canto suo, ha più volte precisato che tale risultato potrà essere realizzato solo se la Turchia allontanerà le proprie forze dal Paese e porrà fine alla propria ingerenza. Tuttavia, Ankara, come dichiarato anche a margine di un meeting bilaterale svoltosi il 4 giugno, continua ad offrire il proprio sostegno al governo di Tripoli e al suo premier e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj.

Nonostante i precedenti tentativi di ciò che è stato definito “colpo di Stato” da parte del generale Haftar, il governo di al-Sarraj, istituito con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, rappresenta l’unico esecutivo legittimo riconosciuto a livello internazionale. Questo è nato a seguito dello scoppio delle tensioni in Libia, che risale al 15 febbraio 2011. Secondo i dati forniti dalla Missione di Supporto dell’Onu in Libia (UNSMIL), nel periodo primo gennaio – 31 marzo 2020, il numero delle vittime civili ammonta a 131, di cui 64 morti. Tali cifre rappresentano un aumento del 45% rispetto al medesimo periodo del 2019. Secondo la missione Onu, la popolazione maggiormente vulnerabile è quella che vive nell’Ovest del Paese. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione