Iraq: le proteste continuano, il premier chiede indagini

Pubblicato il 5 giugno 2020 alle 13:22 in Iraq Medio Oriente

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Nonostante le mosse del premier iracheno, Mustafa al-Kadhimi, a favore della popolazione, gruppi di manifestanti hanno continuato ad occupare le strade di alcune città meridionali.

Secondo quanto riferito dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, nella notte tra il 4 e il 5 giugno, è stata la città di al-Khidr, situata nel governatorato iracheno meridionale di Muthanna, ad essere stata testimone di rinnovati movimenti di protesta. Tra le richieste principali dei cittadini, oltre al licenziamento dei funzionari ritenuti corrotti, vi è il miglioramento dei servizi e, in particolare, dell’erogazione di energia elettrica, visto il maggior fabbisogno causato dall’aumento delle temperature. Ancora una volta, i manifestanti si sono detti determinati a continuare fino a quando le loro richieste non verranno soddisfatte, minacciando altresì un’escalation.

Simili episodi di tensione si sono verificati anche presso Najaf, dove, nel corso dei sit-in, i cittadini hanno suonato sirene per ricordare alle autorità la scadenza posta per rispondere alle loro richieste, stabilita proprio per il 5 giugno. Gli abitanti di tale provincia chiedono innanzitutto il licenziamento del governatore e del suo entourage e la nomina di una personalità indipendente, lontana da qualsiasi fazione politica, eventualmente preceduta da una figura temporanea fino a quando non verranno indette elezioni anticipate nel Paese. Le autorità al potere, inoltre, sono state accusate di indifferenza rispetto alle richieste avanzate e di corruzione. I manifestanti hanno poi chiesto la chiusura dell’aeroporto, la riduzione dei prezzi di carburante e una risoluzione della crisi legata all’elettricità.

In un altro governatorato meridionale, Dhi Qar, i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro le operazioni di repressione e le violenze subite dai manifestanti nel corso degli ultimi mesi, mostrando solidarietà verso gli abitanti di Nassiriya. Non è la prima volta che la popolazione irachena mette in luce le azioni violente perpetrate anche dalle forze di sicurezza e dell’esercito sin dall’inizio dell’ondata di proteste, che risale al primo ottobre 2019.

Si tratta, tuttavia, di un aspetto a cui si è rivolto anche il primo ministro al-Kadhimi, posto alla guida del governo di Baghdad il 6 maggio scorso. A tal proposito, il 5 giugno il premier ha annunciato l’istituzione di una squadra indipendente volta ad indagare sugli eventi susseguitisi da ottobre 2019, con riferimento agli omicidi, alle sparizioni e alle operazioni di repressione perpetrati. A tal proposito, Al-Kadhimi ha riferito di aver già ascoltato alcuni familiari delle vittime e che si impegnerà affinché i responsabili vengano portati davanti alla giustizia e affinché episodi simili non si ripetano più. Un’altra promessa è il risarcimento per le famiglie delle vittime.

Il 23 maggio scorso, l’Ufficio per i diritti umani della Missione dell’Onu in Iraq (UNAMI) ha pubblicato un report in cui sono stati documentati 99 casi di sequestro e sparizione, riguardanti 123 vittime, 25 delle quali tuttora disperse. Stando a quanto riferito, ad oggi nessuno dei responsabili è stato ancora processato o arrestato. Il rapporto dell’ufficio Onu ha altresì riferito che, oltre ai 99 rapimenti, alle circa 500 persone uccise e a quasi 8.000 feriti, vi sono stati cittadini uccisi da gruppi armati non identificati, lontano dalle arene di protesta, o che sono stati feriti nel corso del periodo di rapimento e detenzione da parte dei medesimi autori. Secondo alcuni agenti e politici iracheni, i manifestanti potrebbero essere stati attaccati da gruppi filo-iraniani, mentre per altri membri del governo potrebbe essersi trattato di bande criminali, sebbene tale ultima ipotesi sia stata scartata dall’Onu, vista l’assenza di riscatti o altri moventi di natura criminale.

Sin dal primo ottobre 2019, i manifestanti iracheni hanno richiesto le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi e alla dilagante corruzione, anche la disoccupazione, in particolare giovanile, e, a seguito dell’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, è stata messa in luce l’influenza di Washington e Teheran nel Paese. Le proteste si erano interrotte dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 nel Paese ed i rischi a questa connessa, ma sono riprese dal 10 maggio, a seguito dell’elezione di al-Kadhimi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione