Yemen: una perdurante escalation militare e umanitaria

Pubblicato il 4 giugno 2020 alle 15:20 in Medio Oriente Yemen

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Il coordinatore delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari in Yemen, Lise Grande, ha definito la situazione molto pericolosa. Parallelamente, Washington ha invitato i ribelli sciiti Houthi a porre una tregua nel Paese, rispondendo all’appello dell’Onu.

Entrambe le dichiarazioni giungono in un momento in cui lo Yemen, un Paese che risente delle conseguenze di un conflitto in corso da più di cinque anni, si ritrova altresì a far fronte ad un esacerbarsi della situazione umanitaria, ulteriormente aggravata dalla pandemia di Covid-19. In tale quadro, il 2 giugno, le Nazioni Unite sono riuscite a raccogliere soltanto 1.35 miliardi di dollari in aiuti umanitari, da parte dei donatori internazionali, rispetto ai 2.41 miliardi previsti.

Pertanto, Lise Grande ha evidenziato come presto molti programmi umanitari saranno costretti a chiudere, sebbene già il 75% di essi abbia ridotto o interrotto le proprie attività nel corso degli ultimi anni. A tal proposito, anche il World Food Programme è stato costretto a dimezzare le proprie risorse precedentemente disponibili, ed il numero di ospedali e servizi sanitari finanziati dall’Onu è diminuito da 369 a 189.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha affermato che la pandemia di coronavirus ha esacerbato ulteriormente le condizioni di chi vive nelle zone di conflitto, vista altresì una risposta inefficace da parte di governi ed enti finanziari internazionali. Inoltre, le continue e perduranti divergenze tra le parti in guerra ostacolano gli sforzi profusi per soccorrere la popolazione yemenita.

Di fronte a tale scenario, nella sera del 3 giugno, l’ambasciata degli Stati Uniti, in un tweet, ha invitato i ribelli Houthi a rispondere all’appello lanciato dalle Nazioni Unite per un cessate il fuoco nel Paese, ponendo altresì fine agli attacchi perpetrati con droni contro l’Arabia Saudita. È la stessa ambasciata ad aver accusato i ribelli di aver ostacolato l’arrivo di aiuti umanitari in Yemen, un giorno dopo la conferenza dei Paesi donatori.

Da parte loro, gli Houthi non hanno risposto alle accuse rivolte, ma hanno sottolineato come sia la coalizione internazionale a guida saudita a dover porre fine al perdurante assedio, se si vuole realmente aiutare il popolo yemenita. Non da ultimo, le forze saudite-emiratine sono state accusate di aver condotto circa 40 attacchi nella giornata del 3 giugno, di cui 20 contro il governatorato di Ma’rib e altri 9 contro Sana’a. Tali attacchi aerei sono giunti dopo che la coalizione, il 2 giugno, aveva riferito di aver intercettato due droni di provenienza Houthi, diretti verso Khamis Mushayt, nel Sud-Ovest dell’Arabia Saudita, e di essere pronta a rispondere.

La coalizione saudita-emiratina, il 9 aprile scorso, aveva annunciato una tregua unilaterale, prolungata successivamente il 24 aprile per altre due settimane. Tuttavia, le tensioni nel Paese non si sono mai placate. La situazione di instabilità in Yemen è duplice, in quanto, oltre al perdurante conflitto, il 26 aprile scorso si sono riaccese tensioni nei territori meridionali, dopo che il Consiglio di Transizione Meridionale ha dichiarato di voler istituire un governo autonomo nel Sud del Paese, affermando altresì l’autonomia e uno stato di emergenza.

La guerra, invece, ha avuto inizio il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Sin dalla metà del mese di gennaio 2020, i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a sono tra i principali testimoni di una violenta escalation. Altro distretto oggetto di scontri è stato Nihm, definito la porta orientale verso la capitale yemenita. Il primo marzo, i ribelli sono riusciti a conquistare la città di Hamz, capoluogo della provincia settentrionale strategica di al-Jawf, e, in tal modo, sono giunti ad occupare un terzo governatorato prossimo all’Arabia Saudita, dopo Sa’da e Hajjah. Tuttavia, l’esercito yemenita ha continuato, fin da subito, a condurre attacchi e battaglie per ripristinare il proprio controllo sull’area.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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