La Palestina rifiuta le entrate fiscali raccolte da Israele

Pubblicato il 4 giugno 2020 alle 12:53 in Israele Palestina

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L’Autorità Palestinese ha reso noto, il 3 giugno, il proprio rifiuto delle entrate fiscali raccolte da Israele per il mese di maggio, in segno di protesta contro i piani di annessione avanzati dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu.

In particolare, si tratta di circa 190 milioni di dollari al mese, pari a quasi 700 milioni di shekels, che Israele raccoglie a partire dai dazi doganali imposti sulle merci destinate ai mercati palestinesi e che attraversano i porti israeliani. In base agli accordi di Oslo del 1993, Israele ha il dovere di raccogliere tasse sulle importazioni verso i territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e, con tali proventi, effettuare trasferimenti di denaro mensili al governo palestinese. Israele, in cambio, guadagna una commissione del 3% sulle entrate raccolte. Secondo il Ministero delle Finanze palestinese, tali somme costituiscono circa il 60% del budget dell’Autorità Palestinese, e vengono impiegate per fornire servizi di base e pagare gli stipendi di gran parte degli impiegati statali.

Senza questi trasferimenti, l’Autorità Palestinese rischia un crollo finanziario, costringendo Israele ad assumersi la responsabilità di 2,6 milioni di palestinesi. Inoltre, la decisione del 3 giugno potrebbe rappresentare un’ulteriore problematica per l’Autorità Palestinese, che risente altresì delle conseguenze della pandemia di Covid-19. Nonostante ciò, non è la prima volta che i palestinesi attuano una mossa simile, con il fine di esercitare pressione su Israele e convincerlo a cambiare idea su eventuali piani o decisioni.

In questo caso, l’obiettivo è far sì che il premier Netanyahu, nuovamente a capo di un governo di unità nazionale con il suo ex rivale Benny Gantz, ritorni indietro sui suoi passi e non porti a termine il piano di annessione di alcuni territori palestinesi, tra cui la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale, pari a circa il 30% della Cisgiordania. Secondo quanto affermato nel corso degli ultimi mesi, le prime mosse a riguardo potrebbero essere intraprese a partire dal primo luglio prossimo. Tuttavia, sono numerose le voci di dissenso a livello internazionale che si sono opposte al progetto di Netanyahu, provenienti altresì dalla Lega Araba.

Dal canto suo, il portavoce del governo palestinese, Ibrahim Melhim, ha affermato che l’Autorità Palestinese rifiuta forme di ricatto da parte di Israele. Inoltre, secondo Hussein Al Sheikh, il capo dell’Autorità generale per gli Affari civili, il rifiuto delle entrate fiscali di maggio è da ricollegarsi della dichiarazione del 19 maggio del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, secondo cui l’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) sono in procinto di sciogliere gli accordi raggiunti in precedenza con Israele e gli Stati Uniti.

Non da ultimo, nella medesima occasione, Abbas ha esortato quei Paesi che hanno respinto il cosiddetto “piano di pace” presentato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, a riconoscere lo Stato della Palestina, con il fine ultimo di salvaguardare la pace, la legittimità e il diritto internazionale. Il progetto di Trump, noto altresì come “accordo del secolo”, è stato presentato il 28 gennaio 2020 e si pone l’obiettivo di riportare la pace in Medio Oriente e di risolvere il conflitto arabo-israeliano. In particolare, il piano, delineato in 181 pagine, se effettivamente attuato, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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