Siria: riprendono i raid di Mosca, Damasco preoccupata per l’economia

Pubblicato il 3 giugno 2020 alle 12:06 in Medio Oriente Siria

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Per la prima volta dall’inizio della tregua nella regione siriana Nord-occidentale di Idlib, aerei russi hanno condotto un attacco nella notte tra il 2 ed il 3 giugno. Nel frattempo, Damasco si trova ad affrontare una situazione economica complessa.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arabiya, sono stati 4 i raid condotti da Mosca contro le zone rurali Nord-occidentali di Hama e, nello specifico, contro le aree comprese tra Qarqor e al-Ghab, senza provocare vittime. Tuttavia, come specificato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), si è trattato del secondo episodio di tal tipo in 24 ore. Il primo ha avuto luogo nella giornata del 2 giugno, quando jet russi hanno bombardato l’area di Kabana, nella periferia Nord-Est di Latakia.

In entrambi i casi, le località colpite sono incluse nella cosiddetta zona di “de-escalation”, oggetto dell’accordo raggiunto da Mosca e Ankara il 5 marzo scorso. In tale data, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno concordato un cessate il fuoco per il governatorato Nord-occidentale di Idlib, con il fine ultimo di facilitare il ritorno di rifugiati e sfollati siriani. La tregua è stata pressoché rispettata nel corso degli ultimi mesi, ad eccezione di sporadiche violazioni commesse dalle forze del governo siriano, affiliate al presidente Bashar al-Assad. Anche tra il 2 ed il 3 giugno, le aree di Al-Rwayha, Bayanin, Al-Fterah, Kansafra e Sfuhen, nel Sud di Idlib, sono state colpite da aerei del regime, mentre le forze di opposizione si sono scontrate con l’esercito di Assad presso Jabal al-Zawiya.

Nel frattempo, secondo quanto riportato il 3 giugno dal quotidiano Asharq al-Awsat, Damasco teme una crisi alimentare e di medicinali, possibile conseguenza della svalutazione della moneta locale, la lira siriana, rispetto al dollaro statunitense e della futura attuazione, ritenuta vicina, del cosiddetto Caesar Act. Quest’ultima è una legislazione elaborata da Washington, che sanziona il regime siriano, incluso il presidente Bashar al-Assad, per i crimini di guerra commessi contro la popolazione siriana. Il disegno di legge non è stato ancora approvato, ma alcune clausole sono state incluse nel National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2020. Tale legge colpisce industrie siriane, dal settore militare alle infrastrutture e all’energia, così come privati ed entità iraniane e russe che forniscono finanziamenti o altro tipo di assistenza al presidente siriano.  

Secondo un deputato siriano, Waddah Murad, le aziende farmaceutiche siriane rischiano di chiudere tra una settimana, una volta terminate le materie prime disponibili. Rivolgendosi al governo, Murad ha affermato che, sino ad ora, i medicinali, prodotti perlopiù per coprire le esigenze del mercato locale, sono stati esportati verso più di 58 Paesi e venduti a prezzi bassi. Nel frattempo, il tasso di cambio ha raggiunto quota 1900 lire rispetto al dollaro e, il 2 giugno, la Banca centrale ha emesso una circolare con cui ha fissato un tetto massimo per il trasferimento di moneta locale, pari a 5 milioni di sterline siriane.

La moneta siriana ha perso più della metà del suo valore nel mese di maggio, sulla scia di quanto avvenuto nei sei mesi precedenti. I prezzi di alcuni prodotti di base, come pane e zucchero, sono raddoppiati, facendo temere una carestia, come evidenziato altresì dal World Food Programme. Il declino della valuta siriana è stato esacerbato anche dalla svalutazione della lira libanese, in quanto i commercianti siriani fanno affidamento sulle banche del vicino Libano per importare merce.

In tale quadro, l’economia di Damasco risente altresì delle conseguenze del caso Makhlouf, con riferimento al cugino del presidente siriano, altresì noto come “banchiere di Assad”, al centro di una disputa che lo vede sotto accusa per non aver pagato al fisco di Damasco tasse pari a circa 300 milioni di dollari. Makhlouf è a capo di una compagnia telefonica, Syriatel, ed è considerato tra i maggiori finanziatori del regime negli ultimi 20 anni, nonché tra i sostenitori degli sforzi profusi nei campi di battaglia. Non da ultimo, la propria società, oltre a rappresentare una delle maggiori compagnie del Paese, vede al suo interno migliaia di siriani come impiegati ed è considerata tra le maggiori fonti economiche del regime.

Si tratta, in generale, di un’economia che risente delle gravi conseguenze della guerra, ulteriormente inasprite dalle sanzioni statunitensi e dell’Unione Europea, volte a spingere Assad a trovare un compromesso con le forze di opposizione. Tuttavia, sono proprio tali restrizioni ad ostacolare gli investimenti ed i finanziamenti necessari alla ricostruzione e alla crescita della Siria. Il conflitto siriano è scoppiato il 15 marzo 2011 e vede, da un lato, l’esercito del regime siriano coadiuvato da Mosca, mentre sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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