La polizia di Minneapolis e l’enorme uso della forza contro gli afroamericani

Pubblicato il 3 giugno 2020 alle 14:15 in USA e Canada

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La comunità nera di Minneapolis, dove George Floyd è morto dopo essere stato arrestato dalla polizia, subisce la violenza delle forze dell’ordine in maniera massiccia. I dati a tale riguardo. 

Circa il 20% della popolazione di Minneapolis, che conta 430.000 abitanti, è nera. In tale contesto, quando la polizia mette in atto repressione fisica, quasi il 60% delle volte la persona interessata è afroamericana. Secondo quanto riporta il New York Times, i leader della comunità affermano che la frequenza con cui la polizia utilizza la forza contro i residenti neri aiuta a spiegare le attuali manifestazioni che stanno sconvolgendo gli Stati Uniti. 

Dal 2015, la polizia di Minneapolis ha documentato un ricorso all’utilizzo della forza pari a circa 11.500 volte. In almeno 6.650 episodi, il soggetto interessato era nero. In confronto, la polizia ha usato la forza circa 2.750 volte contro la popolazione bianca, che costituisce circa il 60% del totale. Questo significa che l’incidenza sugli afroamericani è di 7 volte più alta rispetto a quella sui bianchi negli ultimi 5 anni. Tali cifre riflettono il numero totale di atti violenti utilizzati dalla polizia di Minneapolis dal 2015.

Inoltre, questa disparità è parallela a grandi differenze razziali nell’accesso a servizi vitali nella città, come il sostegno al reddito, l’istruzione e le politiche contro la disoccupazione, secondo quanto ha affermato David Schultz, professore alla Hamline University di St. Paul. Secondo l’accademico, Minneapolis è “un laboratorio vivente di tutto ciò che non si dovrebbe fare quando si tratta di uso della forza da parte delle autorità”. Schultz attribuisce all’attuale capo della polizia, Medaria Arradondo, il merito di aver cercato di apportare alcuni miglioramenti. Tuttavia, il professore ha affermato che per molti aspetti il Dipartimento di Polizia opera ancora come decenni fa. “Abbiamo un modello che risale indietro almeno a una generazione”, ha dichiarato Schultz.

Le proteste a Minneapolis sono state anche alimentate dal fatto che gli episodi che hanno visto altri uomini neri uccisi da agenti di polizia non sono stati puniti e gli aggressori non hanno mai affrontato accuse o sono stati assolti. Tra questi possiamo citare Jamar Clark, 24 anni, ucciso  a Minneapolis nel 2015. Secondo i pubblici ministeri, l’uomo aveva cercato di afferrare la pistola di un ufficiale ed era stato quindi ucciso. Un altro caso noto è quello di Thurman Blevins, 31 anni, che è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco a Minneapolis nel 2018 mentre urlava: “Per favore, non sparatemi”. Un altro episodio ha riguardato Philando Castile, 32 anni, ucciso nel 2016 da parte della polizia nel sobborgo di Sant’Antonio.

L’ufficiale che preme un ginocchio sul collo di George Floyd, nel video diventato virale a seguito della morte dell’uomo, è Derek Chauvin. I funzionari di polizia di Minneapolis non hanno risposto alle domande sul tipo di manovra effettuata dall’agente. Secondo i dati resi noti dal Times, quelle note come “restrizioni inconsce al collo” sono state usate 44 volte negli ultimi 5 anni, 27 volte su persone di colore. Per anni, molti Dipartimenti di Polizia in tutto il Paese hanno cercato di limitare l’utilizzo di tali pratiche che potrebbero restringere le vie aeree e sono troppo rischiose per la vita di chi le subisce.

Il timore che la polizia di Minneapolis possa avere un problema di controllo dei propri agenti ha portato alcuni funzionari statali ad agire. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, un democratico, ha dichiarato che il Dipartimento di Stato per i Diritti Umani ha avviato un’indagine sul fatto che il Dipartimento di Polizia di Minneapolis “abbia portato avanti pratiche discriminatorie sistemiche nei confronti delle persone di colore” negli ultimi 10 anni. Un possibile risultato potrebbe essere un decreto del tribunale che richiede grandi cambiamenti nel funzionamento del sistema. Annunciando l’inchiesta, il governatore Walz si è impegnato a “utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per decostruire generazioni di razzismo sistemico nello Stato”.

Alcuni attivisti nel settore ritengono che il Dipartimento di Minneapolis sia responsabile di questa situazione. A conferma di ciò, è difficile trovare numeri che possano essere comparati sullo sproporzionato utilizzo della forza. Secondo Philip M. Stinson, criminologo della Bowling Green State University, alcuni dei più accurati dati statunitensi provengono da uno studio del Dipartimento di Giustizia pubblicato nel novembre 2015. Lo studio aveva rivelato che il 3,5% delle persone di colore aveva dichiarato di essere stato soggetto a forza non fatale, o alla minaccia, durante il loro ultimo contatto con la polizia. La percentuale tra i bianchi scendeva all’1,4%.

Una delle questioni più gravi è la sistematicità di questo problema. Come ha sottolineato un ex ufficiale della polizia, gli agenti presenti sulla scena di violenza contro George Floyd non sono intervenuti e, nonostante fossero filmati, non sembravano minimamente allarmati. “Nella mia esperienza, applicare una pressione al collo di qualcuno in quel modo è sempre inteso come l’applicazione di una forza mortale”, ha affermato l’ex ufficiale. “Qualunque cosa stesse facendo quell’agente non è stata condonata dai suoi colleghi”, ha dichiarato Stinson. “Non sembravano affatto sorpresi. Sembrava che tutto fosse come al solito”, ha aggiunto. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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