Bahrein: le verità smascherate dal coronavirus

Pubblicato il 3 giugno 2020 alle 17:09 in Bahrein Medio Oriente

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Il Bahrein è tra i Paesi della regione mediorientale che continua a registrare casi positivi al Covid-19. La pandemia, secondo alcuni esperti, ha evidenziato le divisioni interne e alcune problematiche del Paese.

Il Ministero della Salute del Bahrein ha annunciato, il 3 giugno, un nuovo decesso da coronavirus, relativo ad un uomo immigrato di 37 anni, con malattie pregresse. Il numero dei contagi ha, invece, raggiunto quota 12.311, di cui sono 20 le vittime complessive. Nella giornata del 2 giugno, il bilancio aveva visto un aumento pari a +82, di cui 37 lavoratori stranieri e 43 casi di contagio a seguito del contatto con casi infetti.

Sin dall’inizio della pandemia, il Bahrein è stato considerato un Paese ad elevato rischio contagio, in quanto si tratta del terzo Stato più densamente popolato al mondo, in cui 1.5 milioni di abitanti vive in un territorio le cui dimensioni equivalgono grossomodo a quelle di New York City. Dal 9 aprile, Manama ha decretato la riattivazione di alcune attività commerciali ed industriali, seppur in un quadro di misure preventive, tra cui il distanziamento, la facilitazione dello smart-working, le operazioni di sanificazione degli ambienti e la riduzione del numero del personale.

Nel corso della prima fase della diffusione del virus, la maggior parte dei contagi in Bahrein era collegata a cittadini e pellegrini di ritorno dall’Iran, Paese considerato focolaio della pandemia in Medio Oriente. Ciò ha spinto il Regno a consentire alla propria compagnia nazionale, la Gulf Air, di riattivare i voli tra i due Paesi per riportare a casa i propri connazionali. Tuttavia, è stata proprio Manama ad accusare Teheran di “aggressione biologica”, ritenuta un crimine ai sensi del Diritto Internazionale, per aver nascosto lo scoppio dell’epidemia e non aver timbrato i passaporti dei viaggiatori del Regno.

Secondo un ricercatore del Global and National Security Policy Institute dell’Università del New Mexico, Emile Nakhleh, si è trattato di un fenomeno di “politicizzazione” del coronavirus, nonché del riflesso delle alleanze interne alla regione. Lo stesso Nakhleh ha poi affermato che la pandemia di Covid-19 in Bahrein ha messo in luce, più che in passato, le disparità e le divisioni sociali, economiche e settarie nel Paese, a cui la famiglia al potere non è mai riuscita a porre rimedio. Non da ultimo, proprio con la diffusione del virus sono emerse alcune problematiche, tra cui gli scarsi risultati in termini di rispetto dei diritti umani, i fenomeni di maltrattamento della maggioranza sciita del Paese, la corruzione, il gran numero di prigionieri politici e la crescente povertà e disoccupazione.

A detta del ricercatore statunitense, il Paese ospita un gran numero di lavoratori immigrati, provenienti perlopiù da India, Bangladesh, Pakistan e Filippine, pari a circa il 40 % della popolazione totale. La stragrande maggioranza di migranti si trova a svolgere lavori sottopagati, senza garanzie, vive in alloggi sovraffollati e spesso ha difficoltà ad accedere ai servizi sanitari di cui necessita. Con lo scoppio della pandemia, è stato difficile rispettare le disposizioni di distanziamento sociale e, non potendo recarsi nei supermercati o non potendo ordinare cibo online, molti immigrati hanno sofferto la fame.

Ritrovandosi in tali condizioni, sono parecchi i lavoratori stranieri che hanno chiesto di ritornare nei propri Paesi di origine. Ciò, a detta di Nakhleh, significa che, una volta terminata l’emergenza coronavirus, il Bahrein, al pari di altri Paesi del Golfo, si ritroverà a far fronte ad una manodopera straniera ridotta, nonché a un minor numero di lavoratori disposti a svolgere quelle mansioni rifiutate dalla popolazione locale. In tale quadro, ha sottolineato il ricercatore, uno dei fenomeni smascherati dal coronavirus è rappresentato proprio dal “maltrattamento” subito dai lavoratori immigrati.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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