Yemen: gli Houthi favorevoli allo scambio di prigionieri, ma gli attacchi continuano

Pubblicato il 1 giugno 2020 alle 11:36 in Medio Oriente Yemen

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I ribelli sciiti Houthi si sono detti concordi a portare a termine l’accordo per lo scambio dei prigionieri raggiunto con il governo yemenita. Parallelamente, nuove tensioni hanno caratterizzato sia le aree nei pressi della capitale Sana’a, sia la città occidentale di Hodeidah, dove sono morti 3 civili.

In particolare, secondo quanto riportato dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, nella giornata del 31 maggio almeno 3 civili sono morti e altri 9 sono rimasti feriti a seguito di un attentato missilistico perpetrato contro la città di Hodeidah, nell’Ovest dello Yemen e, nello specifico, nel quartiere di al-Zuhur, un’area posta sotto il controllo delle forze governative. Pertanto, gli Houthi hanno accusato l’esercito centrale yemenita di essere il responsabile dell’accaduto. Parallelamente, il quotidiano al-Arabiya ha riferito che, nella medesima giornata del 31 maggio, i ribelli hanno condotto attacchi contro quartieri residenziali di Hays e al-Tuhayta, nel Sud di Hodeidah, e contro il distretto di al-Deraihmi, per mezzo di colpi di mortaio e di artiglieria pesante.

È dal 19 ottobre 2019 che la Missione delle Nazioni Unite ha iniziato ad istituire posti di blocco e di monitoraggio a Hodeidah, con il fine ultimo di riportare la tregua nella regione. Il dislocamento delle truppe è una parte cruciale dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto in Svezia l’ultimo giorno dei colloqui di pace, il 13 dicembre 2018, quando i ribelli sciiti Houthi avevano accettato di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa. Tuttavia, soprattutto ad Hodeidah, le tensioni non si sono mai del tutto placate.

Nel frattempo, le forze yemenite hanno riferito, sempre il 31 maggio, di aver respinto un attacco dei ribelli Houthi nel Sud-Ovest del distretto di Nihm, situato a Est della capitale Sana’a. Secondo fonti militari delle forze congiunte, ovvero dell’esercito del governo centrale e della coalizione a guida saudita, più di 30 membri Houthi sono morti, mentre altri sono rimasti feriti.  Tuttavia, anche le forze congiunte hanno subito perdite a seguito dell’attacco e degli scontri durati per circa venti ore. Dal canto loro, le forze della coalizione hanno lanciato circa 17 raid aerei contro il governatorato di Ma’rib, colpendo veicoli e rinforzi dei ribelli.

Gli ultimi episodi sui fronti di combattimento si sono verificati in un momento in cui gli Houthi, il 31 maggio, si sono detti pronti ad attuare un accordo relativo allo scambio di prigionieri con il governo yemenita, sebbene quest’ultimo abbia accusato i ribelli di aver ostacolato più volte l’intesa raggiunta. Anche lo scambio dei prigionieri è uno dei punti stipulati nell’Accordo di Stoccolma del 13 dicembre 2018. Da un lato, il governo ha consegnato un elenco composto da 8.567 nomi alle Nazioni Unite, mentre, dall’altro lato, gli Houthi hanno chiesto il rilascio di 7000 prigionieri.

Secondo una proposta avanzata dall’Onu, l’operazione dovrebbe avvenire in due fasi. In un primo momento sia il governo yemenita sia gli Houthi scambieranno 1030 prigionieri, mentre successivamente ne verranno rilasciati altri 390 per ciascuna parte. Il 16 febbraio 2020, a seguito di un meeting svoltosi in Giordania, nella capitale Amman, le Nazioni Unite avevano riferito che il governo yemenita e la controparte Houthi si erano detti concordi nell’attuare la prima fase di scambio dei prigionieri, in cui il numero di detenuti rilasciati da entrambe le parti avrebbe raggiunto quota 14.000. Tuttavia, le operazioni militari dei giorni successivi e l’escalation tuttora in corso ha ulteriormente ostacolato l’attuazione dell’intesa. Il 20 marzo, poi, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ha invitato le ad accelerare il rilascio dei prigionieri a causa dell’emergenza coronavirus e dei rischi ad essa correlati.

Il capo della Commissione per gli affari dei prigionieri e detenuti Houthi, Abdul Qader al-Murtada, ha affermato, il 31 maggio, che attuare tale accordo va nell’interesse dei ribelli stessi, vista la crescente minaccia posta dalla diffusione della pandemia di Covid-19. Tuttavia, lo stesso al-Murtada ha accusato la coalizione saudita-emiratina di aver ostacolato la sua implementazione, vista la mancata firma.

Dall’inizio della metà del mese di gennaio 2020, lo Yemen sta assistendo ad un’escalation che ha interessato prevalentemente i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a. Questa è da collocarsi nel quadro del perdurante conflitto civile, scoppiato il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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