Sud Sudan: esteso fino a maggio 2021 l’embargo sulle armi

Pubblicato il 1 giugno 2020 alle 19:40 in Africa Sud Sudan

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che estende fino al 31 maggio 2021 l’embargo sulle armi imposto al Sud Sudan, nonché le sanzioni finanziarie e i divieti di viaggio per le persone interessate. Il documento ha ricevuto 12 voti a favore, con l’astensione di Russia, Cina e Sudafrica. Il Consiglio ha altresì programmato una revisione delle misure che avrà luogo entro il 15 dicembre e ha espresso la sua “disponibilità a prendere in considerazione, eventualmente, la modifica, la sospensione, la revoca o il rafforzamento dei provvedimenti”.

Entro la fine di ottobre, il Consiglio di Sicurezza presenterà un rapporto sul ruolo dell’embargo nell’attuazione dellaccordo di pace firmato a settembre 2018 tra governo e ribelli e fornirà ulteriori opzioni per lo sviluppo del Paese, che sta emergendo da una lunga guerra civile che ha causato circa 380.000 morti e milioni di sfollati.

La risoluzione ha accolto con favore “gli sviluppi incoraggianti nel processo di pace del Sud Sudan”, compresa la formazione di un governo di transizione misto. Tuttavia, ha anche espresso “profonda preoccupazione per i continui combattimenti nel Paese” e ha condannato le varie violazioni dell’accordo di pace e dell’accordo sulla cessazione delle ostilità. Il Consiglio ha però riconosciuto che la violenza è diminuita da quando è stato firmato l’accordo di pace, che il cessate il fuoco è stato sostenuto da gran parte del Paese e che il governo di transizione si sta adoperando per affrontare al meglio lo scoppio della pandemia di coronavirus. Un punto debole resta la situazione umanitaria, che ha comportato frequenti violazioni dei diritti umani, tra cui “molestie e attacchi alla società civile, al personale umanitario e ai giornalisti”.

Russia, Cina e Sudafrica hanno sostenuto che le sanzioni non favoriscono il processo di pace e si sono astenute dal voto finale sulla risoluzione. Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale, ha invece accolto con favore il rinnovamento dell’embargo sulle armi, affermando che “è fondamentale limitare il flusso di armi utilizzate per commettere crimini di guerra, violazioni dei diritti umani e abusi”. LONG ha dunque invitato il Consiglio di Sicurezza e le nazioni dell’ONU a lavorare per far rispettare lembargo. “La situazione dei diritti umani nel Sud Sudan rimane terribile poiché le forze governative, i combattenti dei gruppi armati di opposizione e la gioventù armata continuano a violare i diritti umani su base giornaliera”, ha affermato Muchena. “Molti civili vengono ancora uccisi o sono costretti ad abbandonare loro case, ragazze di otto anni sono state violentate in gruppo e difensori dei diritti umani e giornalisti continuano a essere molestati e intimiditi”, ha aggiunto.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati dal vice presidente Riek Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar avrebbe ricoperto nuovamente il ruolo di vicepresidente. Alla fine,Kiir e Machar hanno raggiunto un accordo per formare un governo di unità il 22 febbraio 2020, pur continuando a rimanere in conflitto su questioni interne che riguardano ad esempio chi governerà i 10 stati regionali del Paese. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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