Proteste negli Stati Uniti: la Cina attacca Washington

Pubblicato il 1 giugno 2020 alle 16:08 in Cina USA e Canada

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I media statali cinesi hanno duramente criticato il governo degli Stati Uniti per la repressione delle proteste scoppiate per la morte di George Floyd, il 46enne afroamericano di Minneapolis deceduto a seguito di una serie di abusi subiti dalla polizia. 

La tensione è molto alta negli Stati Uniti, dove numerose città sono sconvolte dalle proteste dei cittadini per strada, non solo a Minneapolis, ma in numerose città di quasi tutti gli Stati. A Washington e New York, migliaia di persone sono scese in piazza e sono stati registrati alcuni momenti di tensione, sopratutto a Brooklyn e di fronte alla Casa Bianca. Alle contestazioni a Manhattan sta partecipando anche la figlia del sindaco della città, Chiara De Blasio, che è stata posta in stato di fermo il 30 maggio per un assembramento.

A tale proposito, i rappresentanti del governo cinese e i media ufficiali hanno lanciato attacchi contro le autorità statunitensi, evidenziando la disuguaglianza razziale e la brutalità della polizia nel Paese. Inoltre, alcune testate cinesi hanno fatto riferimento alle proteste ad Hong Kong, sottolineando che le forze dell’ordine statunitensi hanno attuato una repressione molto più brutale di quelle cinesi. Alcuni media cinesi hanno diffuso filmati in cui si suggerisce che la polizia di Hong Kong è stata “moderata” rispetto a quella degli Stati Uniti. Pechino ha sempre risposto alle critiche delle capitali occidentali, in particolare di Washington, sulla gestione delle proteste che hanno sconvolto la città semi-autonoma di Hong Kong, durante il 2019. “La portavoce della Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, una volta definì le proteste di Hong Kong  ‘uno spettacolo meraviglioso da vedere’. Ora i politici statunitensi possono godere di questo spettacolo dalle loro stesse finestre”, ha scritto Hu Xijin, caporedattore del quotidiano cinese, Global Times. 

“La violenza si sta diffondendo negli Stati Uniti”, si leggeva il 31 maggio sul China Daily. “I politici statunitensi dovrebbero fare il loro lavoro e aiutare a risolvere i problemi negli Stati Uniti, invece di cercare di creare nuovi problemi e problemi in altri Paesi”, continuava l’articolo in riferimento all’ingerenza statunitense negli affari di Hong Kong. Le proteste nella città semi-autonoma sono iniziate il 31 marzo 2019 e hanno raggiunto il proprio apice nel mese di giugno dello stesso anno. Al centro della violenta ondata di mobilitazione, un controverso disegno di legge che avrebbe consentito l’estradizione dei cittadini di Hong Kong verso la Cina continentale. La proposta è stata ritirata, ma le manifestazioni si erano già trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. 

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997, anno in cui ha perso il suo status di colonia britannica. I rapporti tra Pechino e la città sono regolati dalla Basic Law, una mini-Costituzione prodotta nel corso delle trattative sino-britanniche dell’epoca, in cui Hong Kong è definita una “regione amministrativa speciale” della Repubblica Popolare Cinese. Il documento sarà in vigore fino al 2047. Il 21 maggio, il South China Morning Post aveva rivelato che Pechino stava preparando una nuova legge sulla sicurezza nazionale contro i tentativi di secessione, sovversione e terrorismo. Questa sarà approvata direttamente presso il Congresso Nazionale del Popolo cinese, senza la partecipazione del Consiglio Legislativo di Hong Kong. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea e altri Paesi hanno subito espresso preoccupazione riguardo all’intenzione della Cina nel territorio semi-autonomo. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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