L’Iraq dopo otto mesi di proteste

Pubblicato il 1 giugno 2020 alle 16:40 in Iraq Medio Oriente

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I cambiamenti politici e l’emergenza coronavirus non hanno mai fermato i gruppi di manifestanti in Iraq, scesi nelle piazze principali di Baghdad e delle altre città meridionali dal primo ottobre 2019.

Secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, già dal 28 maggio i comitati di coordinamento dei movimenti di protesta hanno ripreso a tenere riunioni online con il fine di organizzare le prossime marce, mentre il Ministero della Salute continua a mettere in guardia dai possibili rischi derivanti dalla pandemia di Covid-19, la quale ha raggiunto la fase di picco nel Paese, con 6.439 casi di contagio. É stata proprio tale emergenza ad aver allontanato le masse di cittadini da piazze ed accampamenti, senza, però, abbandonarli mai. I manifestanti, nel corso delle ultime settimane, si sono alternati in tali luoghi in gruppi meno numerosi, così da non consentire alle forze di sicurezza e alle autorità irachene di riprenderne il controllo, ma rispettando al contempo le misure volte a prevenire la diffusione del virus.

Giunti al primo giugno, dopo otto mesi dall’inizio della violenta ondata di proteste, la popolazione irachena non è ancora soddisfatta dei risultati ottenuti e si è detta determinata a proseguire fino a quando non verranno esaudite a pieno le sue richieste e fino a quando quei partiti definiti corrotti non abbandoneranno l’arena politica irachena. I manifestanti hanno da sempre richiesto le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.

Le proteste erano state ridotte dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 nel Paese ed i rischi a questa connessa, ma sono riprese dal 10 maggio, a seguito dell’elezione del nuovo primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Quest’ultimo è stato il terzo ad impegnarsi nella formazione di un esecutivo, dal 30 novembre 2019, data delle dimissioni del primo ministro allora in carica, Adel Abdul Mahdi. Tuttavia, a detta del popolo, neanche al-Kadhimi rappresenta il punto di svolta desiderato e gli iracheni non credono che il nuovo premier possa portare un reale cambiamento.

Secondo uno degli attivisti di piazza Tahrir, simbolo delle proteste di Baghdad, non è ancora possibile parlare della fine dell’ondata di mobilitazione, ma compito del governo ora è accelerare le procedure per portare davanti alla giustizia i responsabili dei quasi 700 morti causati nelle proteste dei mesi precedenti, intraprendere riforme politiche radicali, la più importante delle quali è il completamento della legge elettorale, e determinare una data per elezioni anticipate.

Nel frattempo, secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq al-Awsat, nel Parlamento di Baghdad, circa 50 deputati stanno provando a dare vita ad una nuova alleanza “inter-partitica”, volta a sostenere il premier al-Kadhimi. A detta dei deputati stessi, si tratta di un blocco non politico bensì riformista, il cui obiettivo sarà aiutare il primo ministro ad attuare i piani auspicati, con la convinzione che sostenere lo Stato e il governo sia necessario per affrontare le crisi attuali e le sfide future. Per alcuni si tratta di una mossa positiva che potrà facilitare il lavoro di al-Kadhimi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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