Yemen: necessari 2.4 miliardi per la lotta al coronavirus

Pubblicato il 29 maggio 2020 alle 14:41 in Medio Oriente Yemen

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La pandemia di Covid-19 continua a diffondersi in Yemen, un Paese già danneggiato dal perdurante conflitto. Ciò ha spinto diverse organizzazioni delle Nazioni Unite a lanciare un appello verso i donatori internazionali.

In particolare, secondo quanto riportato da al-Jazeera il 29 maggio, 17 organizzazioni, tra cui l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (OCHA), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), il Programma alimentare mondiale (PAM) e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), il 28 maggio, hanno affermato che la situazione in Yemen sta diventando sempre più preoccupante, ed hanno sottolineato come il coronavirus si stia diffondendo rapidamente in tutto il Paese. A detta di tali organizzazioni, le cifre ufficiali non riflettono la realtà dei fatti e le vittime ed i contagi sono più elevati rispetto a quanto annunciato. Pertanto, lo Yemen si trova a dover far fronte ad una delle peggiori crisi umanitarie nel mondo.

Il primo caso positivo al Covid-19 era stato registrato il 10 aprile, nella provincia meridionale di Aden. Da allora, tale regione si è trasformata in un focolaio di infezione, a tal punto da dichiarare lo stato di emergenza. Stando alle ultime cifre ufficiali, i contagi in Yemen, il 29 maggio, hanno raggiunto quota 278, mentre i decessi ammontano a 57. Il virus si sarebbe diffuso in 10 dei 22 governatorati totali. Tuttavia, le organizzazioni internazionali hanno messo in luce il bisogno di ulteriori test ed analisi per delineare un quadro della situazione veritiero, in quanto è probabile che la pandemia abbia raggiunto non solo un maggior numero di province, ma l’intero Paese.

L’appello principale delle organizzazioni si è rivolto ai donatori stranieri. Secondo quanto affermato, 30 dei 41 programmi e missioni totali delle Nazioni Unite in Yemen rischiano di chiudere nelle prossime settimane, se questi non riceveranno i fondi necessari e “ciò significa che molte più persone potrebbero morire”. Nello specifico, la cifra necessaria ammonta a 2.4 miliardi di dollari, da dover raggiungere entro la fine del 2020, secondo Mark Lowcock, sottosegretario generale presso l’OCHA. Di questi, 180 milioni di dollari sono da destinarsi alla lotta alla pandemia.

Nel frattempo, lo Yemen continua ad assistere ad una duplice instabilità. Da un lato, vi è il perdurante conflitto scoppiato il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono i ribelli sciiti, sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah, e le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. Dall’altro lato, il 26 aprile scorso si sono riaccese tensioni nei territori meridionali, dopo che il Consiglio di Transizione Meridionale ha dichiarato di voler istituire un governo autonomo nel Sud del Paese, affermando altresì l’autonomia e uno stato di emergenza.

Tale instabilità ha esacerbato il sistema sanitario, non in grado di affrontare idoneamente la pandemia di Covid-19, a cui si accompagnano altre malattie “letali”, tra cui la malaria. Secondo quanto affermato il 28 maggio, soltanto metà delle infrastrutture sanitarie è funzionante e molte mancano di mascherine, guanti e altre attrezzature e strumenti essenziali. Non da ultimo, i servizi igienico-sanitari e l’acqua potabile scarseggiano e decine di operatori sanitari non dispongono di dispositivi di protezione, oltre a non ricevere retribuzione. Il conflitto, hanno affermato le organizzazioni, è stato particolarmente devastante per le donne e i bambini yemeniti. Più di 12 milioni di bambini e 6 milioni di donne in età fertile hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre più di un milione di donne incinte soffre di malnutrizione.

Gli operatori umanitari hanno raggiunto notevoli risultati nel mitigare alcune delle peggiori conseguenze della crisi dello Yemen per i civili. Tuttavia, hanno riferito gli operatori stessi, solo una soluzione politica può porre fine a tale situazione. Pertanto, è necessaria una cessazione delle ostilità in tutto il Paese per far fronte alle crescenti esigenze umanitarie. “Abbiamo le competenze, il personale e la capacità” hanno affermato diverse organizzazioni, “Ciò che non abbiamo sono i soldi, ma non abbiamo molto tempo. Chiediamo ai donatori di impegnarsi con generosità” è stato il loro appello.

Dal canto suo, il Ministero della Salute affiliato ai ribelli sciiti ha reso noto la comparsa dei primi casi di infezione da Covid-19 in diversi governatorati posti sotto il controllo degli Houhti, tra cui la capitale Sana’a, ed ha riferito di aver delineato un piano di emergenza volto ad affrontare la pandemia, tra cui l’assegnazione di luoghi per la quarantena, la fornitura di assistenza per i casi positivi e il monitoraggio dei contatti. Tuttavia, dal Ministero filo-Houthi sono giunte critiche contro l’OMS, accusata di inefficienza e mancanza di accuratezza nelle operazioni di controllo con tamponi, e di non aver fornito assistenza in modo adeguato.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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