Siria: scontri interni si aggiungono al conflitto civile

Pubblicato il 29 maggio 2020 alle 11:20 in Siria Turchia

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La città di Afrin, situata nel governatorato Nord-occidentale di Aleppo, è stata testimone di violenti scontri, il 28 maggio, che hanno provocato morti e feriti anche tra i civili.

In particolare, a scontrarsi vi erano la Divisione al-Hamza, affiliata all’Esercito Siriano Libero (ESL), e i membri di Ahrar al-Sham e dell’Esercito dell’Islam, con particolare riferimento alla fazione del Ghouta Est. Si tratta di gruppi ribelli che partecipano nel conflitto siriano con l’obiettivo di contrastare il regime del presidente siriano, Bashar al-Assad. In particolare, l’ESL rappresenta uno dei maggiori gruppi di opposizione armata sostenuti dalla Turchia, mentre Ahrar al-Sham è un gruppo islamista di ideologia salafita.

Gli scontri del 28 maggio sono nati dopo che militanti della Divisione Hamza hanno lanciato una granata contro un negozio di proprietà di un uomo affiliato al gruppo del Ghouta Est, il quale si era precedentemente rifiutato di dare alcuni prodotti gratuitamente. L’uomo ha dapprima inseguito gli assalitori, i quali, a loro volta, hanno aperto il fuoco contro il commerciante, uccidendolo. Successivamente i combattenti del Ghouta Est hanno lanciato un attacco contro le postazioni della Divisione Hamza, causando scontri durati diverse ore e che hanno visto l’impiego di armi pesanti. Il bilancio delle vittime include tre uomini della Divisione Hamza, un militante del Ghouta Est e 3 civili, tra cui 2 bambini. Più di 6 persone sono rimaste, invece, ferite.

Afrin, situata 350 km ad Ovest di Ras al-Ain, nella striscia siriana al confine con la Turchia, si trova sotto il controllo di gruppi ribelli appoggiati da Ankara, che l’hanno conquistata nel mese di marzo del 2018. Tale città è stata più volte testimone di episodi di violenza e tensioni. Il 21 maggio, un drone di provenienza sconosciuta ha colpito un’auto nel Sud di Afrin, provocando la morte dei passeggeri a bordo. Precedentemente, il 28 aprile, un’autocisterna è esplosa nel centro della città siriana, provocando circa 46 morti civili, tra cui anche donne e bambini, e più di 40 feriti. In tale occasione, la Turchia ha accusato le milizie curde ed il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) di essere responsabili per quello che è stato definito un attentato.

Tuttavia, le fazioni filo-turche sono state accusate diverse volte dagli abitanti di Afrin di aver compiuto violazioni a danno della popolazione locale. Tra gli ultimi episodi, vi sono stati altresì atti di vandalismo in aree archeologiche e scavi, condotti sotto la supervisione dell’intelligence turca, con l’obiettivo di trovare reperti di valore. Non da ultimo, i gruppi ribelli affiliati ad Ankara sono accusati di aver rubato raccolti e bestiame della popolazione locale e di aver spesso costretto i residenti a lasciare le proprie case e terreni per appropriarsene.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha promosso quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” e di stabilire la pace nella regione. Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019 contro le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare, considerate il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria, e che, proprio grazie a tale alleanza, sono riuscite a prendere il controllo di una vasta area nelle zone settentrionali ed orientali della Siria. “Fonte di pace” si è conclusa il 22 ottobre 2019.

In realtà, a seguito di una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti avevano finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo già il 17 ottobre 2019. Tuttavia, i combattimenti sono continuati anche successivamente in alcune città, fino a quando, il 22 ottobre 2019, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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