Mali: 27 civili uccisi in attacchi etnici

Pubblicato il 28 maggio 2020 alle 19:49 in Africa Mali

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Un gruppo di uomini armati a bordo di motociclette ha ucciso almeno 27 civili, in una regione del Mali centrale, in seguito a tre attacchi, perpetrati nel giro di 24 ore, contro alcuni villaggi dell’etnia Dogon. Il Mali centrale è da anni devastato da omicidi e rappresaglie etniche, dovute alla rivalità tra i pastori Fulani e le comunità agricole dei Dogon. Funzionari locali hanno riferito all’agenzia di stampa Reuters che i tre attacchi, avvenuti tra martedì 26 e mercoledì 27 maggio, sono stati condotti da uomini che affermavano di voler difendere gli interessi dei Fulani contro quelli della tribù rivale. “Siamo rimasti sorpresi dall’attacco al villaggio di Tille. Sette uomini sono stati uccisi, tutti Dogon, alcuni dei quali bruciati vivi”, ha dichiarato Yacouba Kassogue, vice sindaco di Doucombo, il comune dove si trova la città di Tille. Altri 20 civili sono rimasti uccisi negli attacchi contro i villaggi situati nelle zone limitrofe di Bankass e Koro.

La violenza tra Dogon e Fulani ha aggravato la già terribile situazione della sicurezza nelle regioni semiaride e desertiche del Mali, utilizzate come base operativa di gruppi armati legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico. I Fulani sono principalmente allevatori e commercianti di bestiame, mentre i Dogon sono tradizionalmente agricoltori sedentari. L’anno scorso, la missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) ha annunciato di aver registrato almeno 488 morti negli attacchi commessi ai danni dell’etnia Fulani nelle regioni centrali di Mopti e Segou. Nel raid più sanguinoso, circa 160 abitanti sono stati massacrati nel marzo 2019 a Ogossagou, vicino al confine con il Burkina Faso, da sospetti cacciatori Dogon. Da gennaio 2018, circa 63 sono state invece le vittime provocate da attacchi dei Fulani nella regione di Mopti.

MINUSMA opera in Mali dal 2013 e conta attualmente una forza di circa 13.000 uomini, provenienti da diverse nazioni e dispiegati su tutto il Paese. Con 125 operatori di pace uccisi a partire dal suo dispiegamento, si tratta della missione delle Nazioni Unite più pericolosa al mondo. Il Progetto Armed Conflict Location and Event Data (ACLED), che traccia la violenza politica nella regione, ha registrato quasi 300 morti civili in Mali nei primi tre mesi del 2020, con un aumento del 90% rispetto al trimestre precedente.

Le regioni del Mali continuano ad essere una sorta di rifugio sicuro per i militanti jihadisti che intendono destabilizzare il potere centrale e attaccare le forze straniere presenti sul territorio. Oltre allo Stato Islamico, nel Paese sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo dell’area e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale. Di fronte a tale scenario, il 29 gennaio, Bamako ha deciso di aumentare del 50% la grandezza del suo esercito, reclutando circa 10.000 nuovi soldati. Parallelamente, anche la Francia ha deciso di rafforzare il suo contingente nella regione, inviando altri 600 uomini in aggiunta ai 4.500 già presenti sul territorio nell’ambito della cosiddetta operazione Barkhane.

Non da ultimo, le autorità maliane stanno cercando di avviare trattative con i gruppi ribelli, per tentare di porre fine all’insurrezione jihadista nel Sahel. Tuttavia, i militanti africani affiliati di Al Qaeda, hanno dichiarato che parteciperanno ai colloqui di pace con il governo del Mali solo se le forze francesi e quelle delle Nazioni Unite lasceranno il Paese. Dal canto suo, però, il governo di Bamako ha più volte ribadito che non intende allontanare le forze straniere.

Nel 2012, il Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata scoppiata nel Nord e, successivamente, nel 2013, la situazione è peggiorata quando le forze francesi hanno respinto i ribelli islamisti e Tuareg dai territori del Nord, occupati nel corso dell’anno precedente. Da allora, si verificano periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. Inizialmente le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del Nord ma, nel corso del tempo, si sono estese anche nel centro e nel Sud del Paese. Il conflitto si è poi diffuso verso il Burkina Faso e il Niger e, secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 4.000 persone sono morte nel corso dell’anno passato nei tre Paesi dell’Africa occidentale. Gli sfollati, invece, sono tuttora centinaia di migliaia.
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Chiara Gentili

di Redazione

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