L’Organizzazione mondiale della sanità nella lotta Cina-Usa

Pubblicato il 27 maggio 2020 alle 16:29 in Il commento USA e Canada

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È tempo di bilanci. Trump sta per terminare il suo primo mandato e il coronavirus mostra i limiti del suo approccio alla politica internazionale. Martedì scorso si è verificata una svolta importante, durante l’assemblea annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha sede a Ginevra: gli Stati Uniti sono stati isolati dal suo alleato storico: l’Europa. Trump aveva chiesto di votare contro la Cina affinché Pechino fosse messa in stato d’accusa per la diffusione del virus. Gli europei, chiamati a scegliere tra la linea dura e quella morbida, hanno scelto la moderazione, che ha prevalso con il sostegno di oltre 120 Stati. La Cina ringrazia e Washington si preoccupa. Trump aveva investito molto in questo voto, utilizzando i modi che lo contraddistinguono: la forza e la minaccia. Ha prima tagliato 500 milioni di dollari in contributi e, il giorno prima del voto, ha minacciato di tagliare i finanziamenti Usa in modo permanente. Trump ha addotto motivazioni di varia natura, ma la ragione dei tagli è la Cina. Il capo della Casa Bianca accusa l’Oms di favorire Pechino che, ai tagli di Trump, ha prontamente risposto promettendo 2 miliardi di finanziamenti in due anni. È il tipico “sorpasso” temuto dagli americani. Prima del voto, Trump aveva scritto queste parole testuali: “L’unico modo di andare avanti per l’Organizzazione mondiale della sanità è dimostrare la sua indipendenza dalla Cina”. Non proprio l’unico modo, a quanto pare.

Sotto il profilo psicologico, l’ira di Trump è comprensibile: la Cina, da cui il virus sembra essersi diffuso, si è ripresa bene economicamente, mentre gli Stati Uniti si dibattono in una crisi disperata. In questo caso, Trump è vittima del caso. Bisogna riconoscere che la sorte è stata impietosa con lui. Il virus, partito dal suo più grande rivale, lo ha messo in ginocchio nell’anno più importante, quello della campagna elettorale per la rielezione. Trump è così arrivato a personalizzare lo scontro con il virus, che non è il coronavirus, ma il “virus della Cina”. Sotto il profilo politico, invece, la sorte non c’entra e la questione è più complessa. Trump è stato eletto proponendo un unilateralismo basato sullo scontro. Vi è infatti unilateralismo e unilateralismo. Quello di Trump sta dimostrando di essere il peggiore, soprattutto per gli Stati Uniti, contro cui si ritorce. L’idea di partenza era che il rilancio economico degli Stati Uniti sarebbe avvenuto a spese degli altri Paesi, anzi, degli alleati. Trump ha iniziato a parlare all’Europa, al Messico, al Canada, come se fossero nemici. Quando ha potuto, li ha danneggiati economicamente e si è vantato di averlo fatto. Ha parlato soltanto di ciò che gli Stati Uniti hanno dato, senza dire una parola su ciò che hanno ricevuto. Gli Stati Uniti hanno dato tanto e ricevuto tantissimo, altrimenti non sarebbero la prima potenza del mondo. Basta dare uno sguardo alle basi militari in Europa. Nel 2013, in Italia, erano presenti 59 basi e installazioni militari americane e 179 in Germania. È tantissimo, mica tanto. Se gli italiani hanno basi soltanto in Italia, hanno un suolo nazionale; se gli americani hanno basi in tutto il mondo, hanno un suolo mondiale. Suona pertanto bizzarra la proposta trumpista di far pagare le basi americane a chi le ospita. La frattura provocata da Trump è questione di soldi, ma anche di valori. L’Europa attribuisce un grande valore ai diritti umani. Si possono sempre trovare eccezioni e ipocrisie, ma, nel complesso, il peso che gli europei attribuiscono alla democrazia è considerevole. Trump però è un ammiratore dei leader più autoritari del mondo, incluso Kim Jong-un. Senza considerare i suoi calcoli sbagliati, emersi con il voto di Ginevra. Aveva favorito la brexit per scompaginare l’Europa e adesso persino Londra opta per la linea morbida con la Cina. Il suo ministro della salute, Matt Hancock, ha dichiarato che non esistono le condizioni per il tipo di investigazione voluta da Trump. Non è una grande sorpresa, dal momento che Boris Johnson ha dato a Huawei la possibilità di installare il suo 5G per i telefonini nel Regno Unito. Eppure, Trump era stato un grande sostenitore di Johnson, a cui aveva spiegato chiaramente di considerare il 5G cinese come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un grande sostegno per un piccolo ritorno.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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