La Giordania teme un’ondata di proteste

Pubblicato il 27 maggio 2020 alle 17:00 in Giordania Medio Oriente

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L’abbassamento del tenore di vita e le misure intraprese dal governo di Amman per far fronte alla pandemia di Covid-19 potrebbero provocare un’ondata di proteste nel Regno hashemita giordano, dopo la fine dei festeggiamenti per il mese sacro di Ramadan.

A riferirlo, il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, il 27 maggio, sulla base di opinioni di esperti ed analisti. Parte della popolazione giordana ha innanzitutto criticato il coprifuoco e il divieto di circolazione imposti in occasione dell’Eid al-Fitr, ricorrenza che segna la fine del mese di Ramadan, e l’interruzione di alcune attività lavorative, con il fine di contenere la diffusione del coronavirus. Tuttavia, ciò che potrebbe alimentare la rabbia dei cittadini sono le misure di austerity che Amman intende implementare per far fronte alle conseguenze economiche causate dalla pandemia. Tra queste, la riduzione dei salari dei dipendenti statali appartenenti alle categorie più elevate, oltre che degli impiegati ministeriali e dell’apparato militare. L’obiettivo è ridurre il deficit di bilancio che, secondo alcune stime, nel 2020 potrebbe raggiungere quota 2.8 miliardi di dollari, a causa della crisi legata al coronavirus.

Secondo quanto riferito da alcuni funzionari, la pandemia ha richiesto e richiederà l’impiego di 14 miliardi per il 2020, con lo scopo di attuare un piano, definito ambizioso, che mira a favorire una crescita lenta e ad incoraggiare gli investimenti. Tuttavia, il Regno, ancor prima dell’emergenza, era caratterizzato da un’economia fragile. Secondo gli ultimi dati ufficiali, l’economia giordana sta assistendo, da anni, al calo del tasso di crescita, rimasto al di sotto del 2%. A questo si accompagna l’aumento del tasso di disoccupazione, pari a circa il 19,5%, e un indice di povertà del 15,7%, che equivale a 1.069 milioni di cittadini. Il quadro economico del Regno vedeva, inizialmente, un bilancio statale per il 2020 pari a 13.83 miliardi di dollari, con un deficit stimato a circa 1.76 miliardi di dollari.

I primi segnali di malcontento sono giunti dalla categoria dei medici, anch’essi interessati da una detrazione sugli aumenti salariali, a cui il governo ha cercato di rispondere promettendo bonus mensili dello stesso valore della cifra sottratta. Una simile situazione ha riguardato il settore dell’istruzione, dove il sindacato degli insegnanti ha riferito di stare esaminando le opzioni legali necessarie a frenare le mosse dell’esecutivo. Già il 3 ottobre 2019, circa 3.000 insegnanti avevano partecipato ad un sit-in davanti agli uffici delle associazioni di categoria della capitale Amman. L’accaduto aveva fatto seguito ad un mese di sciopero, in cui era stato chiesto al governo giordano un aumento degli stipendi.

La Giordania sta assistendo ad un clima delicato sin dall’inizio del 2018, quando il governo ha aumentato il prezzo del pane ed ha imposto nuove tasse su molti beni, generalmente soggetti a un’imposta sulle vendite del 16%. A ciò è stato aggiunto un incremento dell’imposta sul reddito, oltre a nuovi dazi doganali e tasse. Tali misure sono state promosse dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e sono state seguite da uno sciopero generale e da un’ondata di proteste, nel mese di giugno 2018.

Nello stesso periodo, il primo ministro allora in carica, Hani Mulki, si è dimesso ed il re Abdullah II ha insignito al suo posto un ex funzionario della Banca Internazionale, nonché ministro dell’istruzione, ovvero Omar Razzaz. Tuttavia, a causa dell’elevata inflazione, nel corso del 2019 i prezzi dei beni sono saliti alle stelle mentre gli introiti dei cittadini non hanno subito modifiche.

Stando alle recenti dichiarazioni del ministro delle Finanze giordano Mohammad Al-Asas, a causa della crisi da Covid-19, la Giordania ha subito un calo delle entrate interne pari a 849 milioni di dollari fino alla fine di aprile, e si prevede una contrazione del PIL del 3,4%. A complicare la portata della crisi, i mercati finanziari globali hanno frenato aiuti e prestiti, mentre il governo ha cercato di preservare il budget destinato alle reti di sicurezza sociale e sanitaria.

Di fronte a tale scenario, il 21 maggio, il FMI ha annunciato l’approvazione, da parte del Consiglio di amministrazione, di un piano volto a fornire finanziamenti immediati alla Giordania, nel quadro dello Strumento di finanziamento rapido (RFI). Si tratta di prestiti a basso interesse che per Amman dovrebbero ammontare a circa 396 miliardi di dollari.

Tuttavia, secondo alcuni, ciò non potrebbe bastare per risanare la situazione del Paese, e il deterioramento delle condizioni di vita potrebbe causare nuove proteste, i cui protagonisti saranno prevalentemente i sindacati e le istituzioni della società civile, spinti a scendere in piazza non solo dalla riduzione dei salari, ma anche dalla perdita di migliaia di posti di lavoro. Tra le possibili conseguenze di tale malcontento potrebbe altresì esservi lo scioglimento del Parlamento e le conseguenti dimissioni del governo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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