Yemen: ancora tregua a Sud, accuse contro Teheran e Abu Dhabi

Pubblicato il 26 maggio 2020 alle 12:12 in Medio Oriente Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Mentre i territori meridionali dello Yemen hanno assistito ad una breve tregua tra il governo centrale e le forze separatiste, rappresentate dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) sono stati accusati di alimentare il caos nel Paese.

La dichiarazione è giunta il 25 maggio da parte del governatore della provincia di Shabwa, Mohammed Salih bin Adiyu, secondo cui lo Yemen è vittima di milizie che desiderano che il Paese sia affiliato o con l’Iran o con gli Emirati, e sono proprio questi due attori ad aver ulteriormente danneggiato la situazione. In particolare, da un lato, Teheran è considerata tra i maggiori sostenitori dei ribelli sciiti Houthi, contro cui le forze yemenite combattono sin dal 19 marzo 2015. Dall’altro lato, Abu Dhabi sostiene militarmente ed economicamente i gruppi separatisti, protagonisti delle tensioni riaccese il 26 aprile scorso, quando il STC ha dichiarato di voler istituire un governo autonomo nel Sud del Paese, affermando altresì l’autonomia e uno stato di emergenza.

Le parole del governatore sono state pronunciate in occasione dei funerali per il comandante Mohammed Saleh al-Aquili, a capo della 153esima Brigata dell’esercito del governo, ucciso nel corso di una delle ultime violente battaglie condotte il 23 maggio nella provincia meridionale di Abyan. Al 26 maggio, le aree meridionali sono interessate da una tregua “umanitaria”, della durata di tre giorni, a partire dal 24 maggio, promossa sia dai gruppi separatisti sia dalle forze del governo yemenita in occasione dei festeggiamenti per la fine del mese sacro di Ramadan.

Parallelamente, negli altri fronti di battaglia in Yemen le tensioni sembrano non essersi placate. A tal proposito, secondo quanto riportato da al-Jazeera, i ribelli sciiti Houthi hanno accusato la coalizione internazionale a guida saudita, il 25 maggio, di aver condotto più di 48 attacchi aerei contro le regioni di Jawf, Ma’rib, Hajjah e Sa’ada, provocando vittime e feriti. Tali aree sono al centro di una escalation che ha avuto inizio nella metà del mese di gennaio 2020. Da un lato, l’esercito yemenita mira a contrastare i ribelli Houthi su otto assi di combattimento presso la loro roccaforte Sa’ada, dove continua a condurre operazioni militari in collaborazione con le forze della coalizione a guida saudita. Dall’altro lato, i ribelli sciiti mirano a prendere il controllo delle risorse petrolifere di Ma’rib.

Lo Yemen non è poi esente dall’emergenza coronavirus, che, nella sola città meridionale di Aden ha causato 1.343 decessi dal primo maggio, secondo i dati forniti dalla SAM Organization for Rights and Liberties. Tale organizzazione ha invitato la comunità internazionale ad agire di fronte a quella che potrebbe rivelarsi una catastrofe. Il Paese risente delle conseguenze di un conflitto in corso da circa cinque anni, le cui condizioni potrebbero essere ulteriormente aggravate da focolai di Covid-19. La pandemia, ha sottolineato l’organizzazione, potrebbe provocare migliaia di vittime, vista la precarietà del sistema sanitario e la mancanza di medicinali e risorse sufficienti.

Il conflitto scoppiato il 19 marzo 2015 vede contrapporsi i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, e le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. Il Regno saudita è stato, inoltre, tra i maggiori sostenitori dell’accordo di Riad, raggiunto il 5 novembre 2019. Quest’ultimo aveva segnato la fine delle tensioni tra i gruppi separatisti e il governo yemenita, scoppiate il 7 agosto dello stesso anno, quando violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali.

Secondo l’accordo di Riad, gli scissionisti del Consiglio di transizione meridionale e le regioni meridionali avrebbero dovuto partecipare in un nuovo esecutivo nazionale, mettendo le proprie forze armate a servizio di tale governo, liberando le istituzioni governative precedentemente occupate ed unendosi nella lotta ai gruppi “terroristi”. Tuttavia, le forze secessioniste hanno criticato l’incapacità del governo yemenita di fornire servizi basilari come elettricità, acqua e fognature funzionanti, oltre ad aver lamentato la mancanza di un cessate il fuoco e di un ridimensionamento su tutti i fronti del conflitto nel Paese. Tale malcontento ha portato alle nuove tensioni nate il 26 aprile, minando un’intesa che, secondo l’Arabia Saudita, avrebbe potuto portare la pace nell’intero Paese.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.