Iraq: dopo le denunce dell’Onu, i manifestanti ancora in piazza

Pubblicato il 25 maggio 2020 alle 15:56 in Iraq Medio Oriente

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Nonostante il premier iracheno, Mustafa al-Kadhimi, si stia impegnando per soddisfare le aspettative del popolo iracheno, la popolazione non è ancora soddisfatta. Secondo un rapporto dell’Onu, la violenta ondata di proteste, intrapresa il primo ottobre scorso, ha causato centinaia di morti, migliaia di feriti e più di 100 casi di sequestro e tortura.

Al-Kadhimi, ex capo dell’intelligence, ha ricevuto la fiducia del Parlamento di Baghdad il 6 maggio scorso, ed è stato il terzo ad impegnarsi nella formazione di un esecutivo, dal 30 novembre 2019, data delle dimissioni del primo ministro allora in carica, Adel Abdul Mahdi, ritiratosi dalla scena politica irachena sotto la spinta dalla forte mobilitazione popolare. Al-Kadhimi si è detto disposto ad attuare le riforme necessarie a risanare il Paese e a portare in tribunale i colpevoli delle azioni violente perpetrate nel corso delle proteste intraprese il primo ottobre 2019.

Tuttavia, secondo quanto riportato dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed il 25 maggio, la popolazione irachena, da Baghdad ai governatorati meridionali, si è radunata nelle arene di protesta, nonostante i festeggiamenti in corso per la fine del mese sacro di Ramadan. I manifestanti si sono detti determinati a proseguire fino a quando non verranno soddisfatte a pieno le loro richieste e fino a quando quei partiti definiti corrotti non abbandoneranno l’arena politica irachena.

Diverse poi le famiglie radunatesi in alcune piazze, tra cui piazza Tahrir, il simbolo delle manifestazioni della capitale, per commemorare le vittime dell’ondata di proteste, i cosiddetti “martiri della Rivoluzione di ottobre”, causate perlopiù dagli scontri con le forze dell’ordine. A tal proposito, il 23 maggio, l’Ufficio per i diritti umani della Missione dell’Onu in Iraq (UNAMI) ha pubblicato un report in cui sono stati documentati 99 casi di sequestro e sparizione, riguardanti 123 vittime, 25 delle quali tuttora disperse. Stando a quanto riferito, ad oggi nessuno dei responsabili è stato ancora processato o arrestato.

Come evidenziato, sebbene tra le vittime delle manifestazioni vi siano stati numerosi membri dell’apparato di sicurezza iracheno, per la maggior parte delle persone uccise o ferite si è trattato di civili disarmati. Al-Kadhimi, dal canto suo, ha istituito un comitato d’inchiesta volto a condurre indagini sulle violenze perpetrate, a giudicare i colpevoli e a risarcire le famiglie delle vittime. Non da ultimo, il premier ha garantito il rispetto di coloro che manifestano e manifesteranno pacificamente.

Il rapporto dell’ufficio Onu ha altresì riferito che, oltre ai 99 rapimenti, alle circa 500 persone uccise e a quasi 8.000 feriti, vi sono stati cittadini uccisi da gruppi armati non identificati, lontano dalle arene di protesta, o che sono stati feriti nel corso del periodo di rapimento e detenzione da parte dei medesimi autori. Secondo alcuni agenti e politici iracheni, i manifestanti potrebbero essere stati attaccati da gruppi filo-iraniani, mentre per altri membri del governo potrebbe essersi trattato di bande criminali, sebbene tale ultima ipotesi sia stata scartata dall’Onu, vista l’assenza di riscatti o altri moventi di natura criminale.

Sin dal primo ottobre 2019, i manifestanti iracheni hanno richiesto le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi e alla dilagante corruzione, anche la disoccupazione, in particolare giovanile, e, a seguito dell’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, è stata messa in luce l’influenza di Washington e Teheran nel Paese. Le proteste si erano interrotte dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 nel Paese ed i rischi a questa connessa, ma sono riprese dal 10 maggio, a seguito dell’elezione di al-Kadhimi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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