Crisi dei Rohingya: consentire gli sbarchi nonostante il coronavirus

Pubblicato il 23 maggio 2020 alle 19:45 in Asia Myanmar

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I Rohingya che fuggono dal Myanmar affrontano una “traversata terribile e in molti casi fatale”, quindi i Paesi della regione dovrebbero consentire loro di sbarcare per motivi umanitari, nonostante la crisi sanitaria del coronavirus, secondo quanto ha dichiarato l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Indrika Ratwatte, direttore dell’UNHCR per la regione Asia-Pacifico, ha dichiarato che l’organismo internazionale è “sempre più preoccupato” per le notizie di centinaia di rifugiati di etnia Rohingya a bordo dei pescherecci a cui è stato rifiutato l’ingresso nei Paesi nonostante le pericolose condizioni in cui si trovano. “Siamo sempre più preoccupati per le notizie sull’incapacità di sbarcare delle navi in pericolo e sul grave rischio immediato che ciò comporta per gli uomini, le donne e i bambini a bordo”, ha affermato Ratwatte. “La ricerca e il salvataggio, insieme allo sbarco tempestivo, sono atti salvavita”, ha aggiunto. 

Un velivolo di sorveglianza malese ha impedito a una nave che trasportava circa 200 rifugiati Rohingya di entrare nelle acque della Malesia, costringendo la barca a tornare al largo della Tailandia meridionale. L’aeronautica malese ha affermato di temere che il gruppo possa portare il coronavirus nel Paese. I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tuttavia, tale ultimo episodio giunge due giorni dopo che il tribunale supremo delle Nazioni Unite, il 23 gennaio, ha ordinato al Paese di proteggere la minoranza e di porre fine agli abusi perpetrati.

In particolare, a seguito dell’unanimità mostrata da una giuria di 17 giudici, il tribunale ha confermato le disposizioni della Convenzione sul genocidio del 1948, affermando che il Myanmar “aveva causato danni irreparabili contro i diritti dei Rohingya”. Ciò si è verificato grazie all’intervento del Gambia che, il 10 dicembre 2019, ha portato il caso di fronte alla Corte, chiedendo alla comunità internazionale di agire per fermare il genocidio. L’escalation di violenza è divenuta sempre più acuta a partire dal mese di agosto 2017. In quel periodo, a seguito a degli attacchi condotti contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti Rohingya, lo Stato ha risposto impiegando violenza e causando l’esodo di circa 730.000 membri della minoranza musulmana verso il Bangladesh.

Per le Nazioni Unite, il giro di vite verificatosi è da considerarsi un genocidio. Alla voce dell’Onu si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Dal canto loro, le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Le autorità civili del Paese governano congiuntamente alle forze militari, sulla base di un accordo costituzionale che riserva grandi poteri al comandante in carica. A tal proposito, un portavoce del partito al potere ha riferito che il Paese stava già proteggendo i Rohingya, ma il governo civile aveva un potere limitato sulle forze militari. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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