Il Libano rischia una crisi alimentare

Pubblicato il 21 maggio 2020 alle 14:52 in Libano Medio Oriente

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Il primo ministro del Libano, Hassan Diab, ha affermato che la popolazione libanese potrebbe trovarsi a far fronte ad una grave crisi alimentare, a causa delle problematiche economiche vissute dal Paese e delle conseguenze negative della pandemia di Covid-19.

La dichiarazione è giunta attraverso un articolo pubblicato dal Washington Post il 20 maggio, ripreso da quotidiani arabi come Asharq al-Awsat, a 100 giorni dalla salita al governo dell’ex ministro dell’istruzione, Diab, il cui esecutivo ha ottenuto la fiducia del Parlamento di Beirut il 21 gennaio scorso, a seguito delle dimissioni del primo ministro precedentemente in carica, Saad Hariri, del 29 ottobre.

Il Libano è attualmente in preda ad una delle peggiori crisi economiche e finanziarie, ed è considerato uno degli Stati più indebitati al mondo. Il debito sovrano è pari a 87 miliardi di dollari, ovvero il 170% del PIL. Oltre alle obbligazioni internazionali libanesi, che ammontano a 31 miliardi di dollari, la Banca centrale del Libano ha oneri stimati a 52.5 miliardi di dollari, sotto forma di depositi in valuta estera e certificati di deposito. In tale quadro, l’11 marzo, il Libano ha annunciato che non avrebbe saldato il debito pari a 1.2 miliardi di obbligazioni Eurobond, in scadenza il 9 marzo. Si tratta della prima situazione di default della storia libanese.

A detta di Diab, il popolo libanese si trova di fronte ad un pericolo un tempo impensabile, ovvero una crisi alimentare, come messo in luce dalle proteste verificatesi tra la fine del mese di aprile e gli inizi di maggio. Molti cittadini attualmente non riescono più ad acquistare frutta, verdura e carne e presto potrebbero non avere denaro sufficiente per comprare pane. A tal proposito, organizzazioni come Human Rights Watch e la Banca Mondiale hanno messo in guardia da un possibile peggioramento ed un conseguente aumento del tasso di povertà.

Secondo il primo ministro, sono diversi i motivi alla base della situazione attuale. Innanzitutto, una delle cause è da far risalire a decenni di corruzione e cattiva governance, oltre che di mancati investimenti nel settore agricolo, il quale occupa un quarto della forza lavoro libanese ma partecipa solo al 3% della produzione economica. Inoltre, anziché produrre beni alimentari localmente, si preferisce importarli, visto il costo minore. Il secondo fattore è rappresentato dalla crisi finanziaria e dalla situazione di default, che ha portato il Fondo Monetario Internazionale (FMI) a stimare un ulteriore calo del 12% del PIL per il 2020. Nel frattempo, il valore della lira libanese rispetto al dollaro continua a diminuire, i prezzi della merce importata sono pressoché raddoppiati e il tasso di disoccupazione continua ad aumentare.

Una terza causa della crisi attuale è da ricollegarsi alla pandemia di Covid-19, che ha costretto ad attuare misure di lockdown ed isolamento che hanno aggravato ulteriormente il quadro economico e la catena di approvvigionamento alimentare. A tal proposito, ha evidenziato il premier, la Russia ha sospeso le esportazioni di grano e l’Ucraina è in procinto di farlo. Si tratta di Paesi da cui il Libano importa circa l’80% di grano.

Il governo di Beirut, ha riferito Diab, si è già adoperato per arginare gli effetti della crisi. Tra le misure vi è il recente piano di salvataggio, approvato dal Consiglio dei ministri libanese il 30 aprile e successivamente presentato al FMI. Tuttavia, a detta del ministro, le risorse libanesi non sono sufficienti a risanare la situazione e il Paese necessita di aiuti esterni. A tal proposito, i Paesi membri del G20, gli Stati Uniti e l’Organizzazione Mondiale del Commercio sono stati esortati ad introdurre delle politiche che regolino le esportazioni, assicurino la sicurezza alimentare e prevengano un’inflazione dei prezzi. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono stati, invece, invitati a creare un fondo straordinario di aiuti il Medio Oriente, volto ad evitare una grave crisi generalizzata. Come sottolineato Diab, il rischio è che la fame provochi una nuova ondata migratoria verso l’Europa e destabilizzi ulteriormente la regione mediorientale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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