Il conflitto in Libia e le armi provenienti dalla Germania

Pubblicato il 21 maggio 2020 alle 14:55 in Germania Libia

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Un nuovo report del Ministero dell’Economia della Germania ha fatto emergere che dal 20 gennaio al 3 maggio 2020, Berlino ha esportato 331 milioni di euro di armi a tre Paesi coinvolti nel conflitto in Libia. 

È quanto rivelato, lo scorso 17 maggio, dal Deutsche Welle, il quale ha altresì evidenziato che le esportazioni di armi da parte della Germania sono avvenute nonostante l’embargo imposto dalle Nazioni Unite. Il report sulle vendite di armi da parte di Berlino è stato fornito dal Ministero dell’Economia su richiesta del partito di centro sinistra die Linke. 

Secondo quanto rivelato, i Paesi coinvolti nel conflitto libico che hanno importato armi dalla Germania sono Egitto, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda l’Egitto, sostenitore del governo di Tobruk e del suo uomo forte, il generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, il report del Ministero dell’Economia di Berlino rivela che, dal 20 gennaio al 3 maggio 2020, il Cairo ha importato 308.2 milioni di euro di armi dalla Germania. Altri 15.1 milioni di euro di armi sono invece stati acquistati dalla Turchia, la quale fornisce il proprio sostegno al Governo di Accordo Nazionale (GNA), guidato da Fayez al-Sarraj, mentre 7.7 milioni di armi sono stati esportati negli Emirati Arabi Uniti (EAU), sostenitori di Haftar. 

Tali traffici di armi si sono verificati nonostante, sottolinea il Deutsche Welle, la Germania abbia ospitato lo scorso 19 gennaio la Conferenza di Berlino, nella cui dichiarazione finale 16 Paesi, tra cui l’Egitto, la Turchia e gli EAU, avevano accettato di promuovere un embargo sulle armi in Libia. 

Tuttavia, già lo scorso 16 febbraio, nel corso di una conferenza stampa, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva denunciato le violazioni dell’embargo sulle armi deciso nel corso della Conferenza di Berlino, segnalando le continue consegne di armi e l’escalation dei combattimenti in Libia. In tale contesto, la rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, aveva dichiarato di ritenere che il divieto dell’invio di armi fosse diventato “una barzelletta”. 

Per monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi, il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE aveva approvato all’unanimità, lo scorso 17 febbraio, l’invio della Operazione IriniA differenza della missione precedente dell’UE, l’Operazione Sophia, il mandato di Irini non riguarda il salvataggio di migranti,  la totalità delle acque della Libia, dato che le sue operazioni si svolgono solo nell’area ad Est del Paese, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti. L’Operazione si svolge attraverso l’impiego di mezzi navali, aerei e satellitari. Nonostante sia finalizzata a monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi, la missione è stata respinta da alSarraj che, lo scorso 26 aprile, aveva dichiarato di ritenere che l‘Operazione Irini trascuri il controllo dei confini terrestri attraverso i quali avviene il passaggio del maggior numero di armi e munizioni destinate all’esercito del generale Khalifa Haftar.   

La guerra civile in Libia è scoppiata il 15 febbraio 2015. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.    

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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