Guyana e Suriname pronti a iniziare le esportazioni di greggio

Pubblicato il 20 maggio 2020 alle 6:31 in America Latina America centrale e Caraibi

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Nel momento in cui il mercato petrolifero sembra attraversare il momento peggiore degli ultimi decenni, Guyana e Suriname, i due Paesi meno popolati del Sud America prevedono di iniziare a esportare greggio. Diversi esperti segnalano che entrambi i Paesi possono iniziare a giocare un ruolo importante sul mercato mondiale e li indicano come possibili nuovi partner dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC)

Il mercato petrolifero oltre alla crisi dei prezzi internazionali causata dall’eccesso di offerta di barili e dal ritardo nel raggiungere accordi per ridurre la produzione, deve affrontare il crollo verticale della domanda mondiale di carburante come conseguenza della pandemia di COVID-19, per via della quale l’industria e la circolazione in quasi tutti i Paesi del mondo è molto limitata.

Un panorama oscuro che ha colpito duramente le compagnie petrolifere latinoamericane, la maggior parte delle quali – la messicana Pemex e la venezuelana PDVSA su tutte, ma anche la Petrobras brasiliana, attraversava gravi crisi finanziarie o si trovava in una situazione di fallimento tecnico già da prima della crisi. In questo contesto, i due piccoli paesi dell’America meridionale sembrano volere andare contro corrente ed entrare in questo momento nel mondo dei paesi produttori di petrolio.

Suriname e Guyana non superano il milione di abitanti e per ragioni linguistico-culturali (sono gli unici paesi non latini della regione) sono più vicini ai Caraibi che all’America del Sud. In un recente articolo della rivista Forbes, l’analista David Blackborn contrappone lo scenario promettente di questi due paesi con il momento “terribile” che attraversa l’industria petrolifera americana.

Il progetto Liza – realizzato da Stabroek Block, un conglomerato di tre società e guidato da ExxonMobil – ne è un chiaro esempio. Mentre Exxon ha annunciato tagli di alcuni dei suoi progetti nei primi mesi del 2020, è andato avanti con il progetto iniziato nel 2015 in Guyana, quando è stata scoperta la prima significativa riserva petrolifera sulla piattaforma offshore del Paese.

Come dettagliato dalla stessa Stabroek Block, la Fase 1 del Progetto Liza prevede l’estrazione di petrolio a 190 chilometri dalla costa della Guyana, a una profondità compresa tra 1.500 e 1.900 metri nel mare. Il progetto è progettato per produrre circa 120.000 barili di petrolio al giorno, con una capacità di immagazzinare fino a 1,6 milioni di barili. Questa prima fase ha già fruttato ricavi per 4,9 milioni di dollari allo Stato della Guyana.

Stabroek Block prevede inoltre di installare un secondo impianto petrolifero offshore nella fase 2 del progetto, raggiungendo una produzione giornaliera di 220.000 barili, a partire dalla metà del 2022. Un terzo progetto, chiamato Payara, coinvolgerebbe un terzo impianto che produrrebbe anche circa 220.000 barili al giorno.

In Suriname, le società Apache e Total hanno annunciato a gennaio e aprile 2020 due scoperte di idrocarburi sulla piattaforma marittima del paese. I due risultati si trovavano nel blocco 58 della piattaforma e, secondo le società, esiste un “potenziale significativo dietro le scoperte”.

Il “brutto momento” in cui entrambi i paesi intendono aderire al mercato non significa che non abbiano un posto in futuro. Secondo l’analista venezuelano Rafael Quiroz, l’aspettativa di una ripresa della domanda entro il 2020 potrebbe essere un’opportunità per i due nuovi giocatori di mostrare le loro carte. “Saranno in grado di entrare in qualsiasi momento e hanno solo bisogno di stabilire un prezzo preferenziale per ottenere una quota di mercato. Possono abbassare il prezzo fino a 15 o 20 dollari, perché mentre stanno entrando ciò a cui sono interessati è posizionarsi da soli. Vogliono entrare nel mercato del petrolio e in questo momento non c’è nessuno abbastanza forte per fermarli” – ha spiegato l’esperto.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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