Angola: 17enne ucciso da un soldato, protestava contro le misure anti-coronavirus

Pubblicato il 18 maggio 2020 alle 19:35 in Africa Angola

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In Angola, durante un’operazione finalizzata a imporre l’uso delle mascherine per evitare la diffusione del nuovo coronavirus, un soldato ha sparato contro un adolescente, uccidendolo. Il Ministero degli Affari Interni ha ammesso l’accaduto, specificando che il ragazzo, di 17 anni, “è stato vittima dello sparo di un soldato” mentre “presumibilmente” protestava contro una campagna di sensibilizzazione, condotta da militari, a favore dell’uso di mascherine facciali. In una dichiarazione, pubblicata venerdì 15 maggio, il Ministero ha descritto il caso come “omicidio” e ha affermato che stava indagando sull’incidente.

Il 9 maggio, un giovane di 21 anni era stato “accidentalmente” colpito da uno sparo quando la polizia si era scontrata con un gruppo di cittadini sorpresi a infrangere il coprifuoco e il divieto di assembramenti nel quartiere Huambo della capitale, Luanda.

Il presidente dell’Angola, Joao Lourenco, ha dichiarato lo stato di emergenza a marzo, vietando le riunioni pubbliche e limitando i movimenti per far fronte alla diffusione del COVID-19. Ad aprile, il governo ha reso obbligatorio l’uso delle mascherine in pubblico.

Gruppi per la protezione dei diritti umani, diffusi in tutto il continente africano, hanno denunciato l’utilizzo della violenza da parte delle forze dell’ordine nell’attuazione delle restrizioni anti-coronavirus. Ad oggi, l’Angola ha riportato 48 casi ufficiali di infezione, inclusi due decessi. In Somalia, un ufficiale di polizia è stato arrestato, il 26 aprile, con l’accusa di aver ucciso almeno un civile durante una serie di scontri con la popolazione per il rispetto delle restrizioni imposte a causa del coronavirus. Le violenze commesse dalla polizia hanno provocato massicce proteste nella capitale, Mogadiscio, con folle di giovani che per giorni hanno marciato nelle strade per chiedere giustizia e bruciato veicoli e pneumatici. In Kenya, almeno 6 persone sono morte a causa delle violenze esercitate dalla polizia per costringere la popolazione a rispettare il coprifuoco notturno, imposto a partire dal 27 marzo. La misura proibisce alle persone di uscire e muoversi per le città dalle 7 di pomeriggio fino alle 5 di mattina. I 6 decessi, resi noti dalla ONG Human Rights Watch, sono avvenuti durante i primi 10 giorni di coprifuoco. “È scioccante che le persone stiano perdendo la vita mentre dovrebbero invece essere protetti dalle infezioni”, aveva affermato ad aprile Otsieno Namwaya, ricercatore senior di HRW.

Ciò che spaventa di più in Africa, rispetto agli altri continenti, è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

“La pandemia sta testando i limiti delle società e delle economie di tutto il mondo e i Paesi africani saranno probabilmente colpiti in modo particolarmente duro”, ha dichiarato Hafez Ghanem, vicepresidente della Banca mondiale per l’Africa. La Banca e il Fondo monetario internazionale stanno intervenendo per fornire con tempestività fondi di emergenza agli Stati africani e non solo in modo da renderli capaci di combattere il virus e mitigare l’impatto sull’economia. La crescita, secondo le previsioni, subirà un netto calo soprattutto nelle tre maggiori economie della regione, ovvero Nigeria, Angola e Sudafrica. Anche i Paesi esportatori di petrolio saranno duramente colpiti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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