Pechino e Seoul chiedono a Tokyo di allentare le restrizioni sui movimenti

Pubblicato il 17 maggio 2020 alle 10:59 in Cina Giappone

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La Repubblica Popolare Cinese (RPC) e la Corea del Sud si sarebbero consultate con il Giappone riguardo la possibilità di ripristinare i viaggi per affari tra i tre Paesi, in modo da rilanciare le rispettive attività economiche.

La notizia è stata diffusa dal quotidiano giapponese Yomiuri e ripresa da Reuters il 17 maggio. Secondo il giornale giapponese, Pechino, Seoul e Tokyo potrebbero implementare un sistema di ingressi prioritari nei rispettivi Paesi per chi viaggia per affari, a patto che tali persone siano risultate negative ai test per il coronavirus prima sia della partenza sia dell’arrivo. Tali procedure sono già attive tra RPC e Corea del Sud e potrebbero essere estese anche al Giappone. Tuttavia, quest’ultimo ha intenzione di agire con cautela per quanto riguarda la riapertura delle frontiere, mosso dal timore di una nuova impennata di casi e dalla mancanza di test per i viaggiatori.

Lo scorso 14 maggio, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha sollevato le misure di isolamento in 39 delle 47 prefetture del Paese, consentendo al 54% della popolazione di riprendere molte delle attività precedentemente sospese. Tuttavia, in grandi centri come la Grande Area di Tokyo che da sola realizza 1/3 dell’attività economica del Paese sono ancora in vigore le restrizioni. Lo scorso 7 aprile, il leader giapponese aveva dichiarato lo stato d’emergenza e stabilito la sua durata fino al 6 maggio, tuttavia, la scadenza è stata prolungata al 31 maggio.

Ad oggi, il Giappone ha registrato un totale di casi 16.237 positivi e 725 decessi. Tuttavia, in tali stime non sono stati inseriti i contagi registrati nella nave da crociera Diamond Princess che è stata messa in quarantena nel porto di Yokohama, con a bordo 697 persone contagiate. Il Paese, inoltre, ha finora effettuato un numero di test sulla popolazione basso rispetto ad altri Stati in cui i numeri dell’epidemia sono stati maggiori.  Ad aggravare la situazione, lo scorso 14 maggio, è stata pubblicata una ricerca condotta dalla Zenkoku Ishi Union sull’esperienza di circa 170 dottori giapponesi dalla fine di aprile al 6 maggio che ha denunciato le difficoltose condizioni di lavoro in cui versa il personale sanitario giapponese, durante il contenimento del coronavirus. Stando all’indagine, ¾ degli intervistati non hanno ricevuto indennità per il rischio e in molti casi hanno lamentato la carenza di dispositivi di protezione individuale che ha spinto molti, ad esempio, a dover riutilizzare le mascherine usa e getta.

Il 15 maggio, invece, ad Wuhan, nella provincia di Hubei sono stati effettuati 113.609 test di acido nucleico come parte di un progetto di controllo sulla diffusione del coronavirus nella città di 11 milioni di abitanti, da cui è partita l’epidemia lo scorso dicembre. Dal 23 gennaio all’8 aprile, Wuhan è stata isolata dal resto del Paese e lo scorso 10 maggio sono riapparsi casi di contagio dopo circa un mese di assenza di nuove infezioni. Ad oggi, la RPC ha registrato 5 nuovi positivi nelle ultime 24 ore, di cui 2 sono arrivati dall’estero e tre si sono verificati nella provincia di Jilin, al confine con la Corea del Nord. Qui, lo scorso 10 maggio, dopo la comparsa di 11 infezioni, le autorità locali avevano classificato la città di Shulan come luogo ad “alto rischio”, interrompendo il suo traffico ferroviario in entrata e uscita, fino alla fine di maggio 2020. In totale, stando ai dati della Commissione nazionale per la Salute della RPC, il Paese ha registrato 82.947 infezioni e 4.634 vittime. La Corea del Sud, invece, ad oggi ha riscontrato 11.050 casi di pazienti positivi e 262 decessi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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