Israele: approvato il nuovo governo, possibile annessione in Cisgiordania

Pubblicato il 17 maggio 2020 alle 19:30 in Israele Medio Oriente

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La Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato il governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e formato dal suo partito, Likud, e da quello dell’ormai ex rivale Benny Gantz, Blue and White, il 17 maggio, con 73 voti a favore e 46 contrari. Durante il discorso precedente al voto del parlamento, Netanyahu ha dichiarato che il Paese dovrebbe applicare la propria sovranità sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Durante il suo discorso alla Knesset, facendo riferimento a tali insediamenti nei territori palestinesi sotto occupazione, il primo ministro ha affermato che è giunto il momento di applicare la legge israeliana e scrivere un nuovo capitolo nella storia del sionismo, aggiungendo che è proprio in tali luoghi che la Nazione israeliana è nata e prosperata. L’alleato Gantz, invece, nel suo discorso, che ha seguito quello dell’alleato di governo, non ha menzionato annessioni territoriali.

L’approvazione del nuovo esecutivo da parte della Knesset ha posto fine a circa un anno di stallo politico, durante il quale sono state indette 3 elezioni nazionali che non hanno portato alla definizione di una maggioranza o di un’alleanza di governo per formare un esecutivo, fino ad oggi. L’ultima delle 3 elezioni nazionali si è tenuta lo scorso 2 marzo, quando  Netanyahu ha ottenuto 36 seggi e Gantz 33, sufficienti a raggiungere i 61 necessari per formare un governo.

Il nuovo esecutivo israeliano è il frutto di un accordo tra Gantz e Netanyahu, il quale prevede l’istituzione di un governo d’emergenza che avrà una durata di tre anni, durante i quali i due si alterneranno nel ruolo di premier ogni diciotto mesi. Nel primo anno e mezzo, Gantz rivestirà il ruolo di ministro della Difesa e di secondo primo ministro. Il voto odierno è giunto dopo che, lo scorso 7 maggio, il presidente israeliano, Reuven Rivlin, aveva affidato Netanyahu l’incarico di formare un nuovo governo in seguito alla decisione della Corte Suprema israeliana che aveva respinto le petizioni secondo cui il primo ministro, essendo coinvolto in un triplice processo giudiziario, non avrebbe potuto porsi nuovamente alla guida del governo. Le incriminazioni contro Netanyahu risalgono al 21 novembre 2019 e riguardano tre casi distinti.  

L’agenda del nuovo esecutivo di unità nazionale includerà una possibile dichiarazione di sovranità sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania, territorio in cui dovrebbe edificarsi un ipotetico Stato palestinese. In particolare, il 15 maggio Netanyahu ha dichiarato la propria volontà di volerne annettere alcuni territori tra cui la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale, entro il primo luglio prossimo, ipotesi avvallata anche da Gantz. Una tale mossa potrebbe creare una problematica di portata internazionale, accendendo le tensioni in Cisgiordania, dove vivono 3 milioni di palestinesi e circa 400.000 israeliani.

Il 15 maggio, il re della Giordania, Abdulla II, ha avvertito Israele che se procedesse con tali piani scatenerebbe un enorme conflitto, mentre l’Unione Europea (UE) ha reso noto che dispiegherà tutte le proprie capacità diplomatiche per dissuadere il governo israeliano dal prendere una tale decisione. Tuttavia, quanto espresso dal premier israeliano rientra nel Piano di Pace dell’amministrazione del presidente americano, Donald Trump, volto a riportare la pace in Medio Oriente e a risolvere il conflitto arabo-israeliano. Tale progetto potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali territori palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza.

L’Onu considera la Cisgiordania un territorio sotto occupazione militare israeliana ed è soggetta alla Convenzione di Ginevra del 1949, che tutela e regola i diritti di persone che non partecipano direttamente ad ostilità. Tale status è stato riconosciuto alla Cisgiordania in seguito alla guerra dei sei giorni, avvenuta nel 1967. Successivamente, gli accordi di Oslo del 1993 divisero il territorio in tre aree amministrative, rispettivamente A, B e C. La prima rappresenta il 18% del territorio ed è sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. La seconda corrisponde al 22% della Cisgiordania ed è amministrata congiuntamente da Israele e Palestina. La terza corrispondente al 61% del territorio è controllata da Israele. Gli accordi di Oslo  hanno previsto una soluzione a due Stati, Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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