Yemen: il punto della situazione nel Sud

Pubblicato il 14 maggio 2020 alle 15:41 in Emirati Arabi Uniti Yemen

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Nella cornice del conflitto in Yemen, scoppiato il 19 marzo 2015, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) collaborano all’interno di una coalizione volta a sostenere il presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, nella lotta contro i ribelli sciiti Houthi. I due Paesi sono, però, divisi su un secondo fronte di battaglia nel Sud del Paese dove, a partire dal 26 aprile, i gruppi separatisti hanno riacceso un nuovo focolaio di tensione.

In particolare, i secessionisti del Sud dello Yemen sono rappresentati dal Consiglio di transizione meridionale (STC), sostenuto militarmente ed economicamente dagli Emirati Arabi Uniti. Nel corso del 2019 e, nello specifico, dal 7 agosto, violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden, capitale provvisoria del governo yemenita, per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali, mentre, dall’altro lato, le forze secessioniste, che comprendono altresì le cosiddette Forze della cintura di sicurezza e le Shabwani Élite, entrambe istituite, addestrate ed equipaggiate da Abu Dhabi in un’ottica di contrasto ai ribelli Houthi e ai gruppi jihadisti, ma non riconosciute dal governo centrale. Il motivo scatenante degli scontri era stata l’accusa, da parte delle forze secessioniste, secondo cui il partito Al-Islah, un ramo dei Fratelli Musulmani e presunto alleato del presidente Hadi, sarebbe stato complice dell’attacco missilistico del primo agosto contro una parata militare, in cui un comandante delle forze della cintura di sicurezza, Munir al-Yafei, aveva perso la vita.

Nel quadro delle tensioni del 2019, il 28 e 29 agosto, gli Emirati sono stati responsabili di attacchi aerei che hanno causato la morte ed il ferimento di circa 300 persone, tra militari e civili. L’episodio aveva spinto il governo yemenita legittimo a chiedere formalmente al Consiglio di sicurezza dell’Onu di tenere una sessione di emergenza, evidenziando il proprio diritto a citare in giudizio Abu Dhabi per simili offensive. Inoltre, i membri del gabinetto yemenita avevano chiesto al presidente Hadi di sospendere le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti e di ritirare l’ambasciatore yemenita ad Abu Dhabi. In tale quadro, a detta del presidente Hadi, Abu Dhabi stava sostenendo il Consiglio di transizione meridionale nel tentativo di dividere il Paese. Per il presidente, gli Emirati Arabi Uniti avevano approfittato delle circostanze in Yemen per mettere le milizie secessioniste contro le istituzioni statali legittime, con l’obiettivo di attuare i propri piani di espansione.

Tuttavia, le tensioni ad Aden si erano acuite già nell’aprile 2017, quando Hadi aveva accusato il governatore della città, Aidarous al-Zubaidi, di mancanza di lealtà, licenziandolo dall’incarico. Successivamente, l’11 maggio di quell’anno, in seguito alle proteste di massa contro l’allontanamento di al-Zubaidi, è nato il Consiglio di Transizione Meridionale, con a capo l’ex governatore di Aden, scelto per presiedere un consiglio di 26 seggi. L’ente ha dichiarato immediatamente la sua intenzione di “ripristinare lo Stato meridionale”, riferendosi all’ex repubblica dello Yemen del Sud, esistita dal 1967 al 1990. Per Hadi, l’STC è stato definito fin da subito illegittimo. Dopo la creazione del STC, a gennaio 2018, Aden è stata testimone di scontri provocati dalle forze della cintura di sicurezza che, in un primo momento, avevano preso il controllo del palazzo presidenziale e delle aree circostanti. Le tensioni, durate tre giorni, hanno causato 38 morti, ma sono state placate dopo l’intervento della coalizione internazionale, guidata dall’Arabia Saudita. Tali scontri, secondo alcuni attivisti, rappresentavano, in realtà, una contesa tra Riad ed Abu Dhabi per il controllo delle risorse naturali di petrolio, argento e oro scoperte vicino al confine con l’Oman.

Anche le tensioni del mese di agosto 2019 sono state assopite con l’intervento dell’Arabia Saudita ed il cosiddetto accordo di Riad, raggiunto il 5 novembre dal governo centrale yemenita e dal Consiglio di transizione meridionale, sotto l’egida dell’Arabia Saudita. Secondo l’accordo di Riad, gli scissionisti del Consiglio di transizione meridionale e le regioni meridionali avrebbero dovuto partecipare in un nuovo esecutivo nazionale, mettendo le proprie forze armate a servizio di tale governo, liberando le istituzioni governative occupate ed unendosi nella lotta contro i gruppi “terroristici”.

Tuttavia, le forze secessioniste, nelle ultime settimane, hanno criticato l’incapacità del governo yemenita di fornire servizi basilari come elettricità, acqua e fognature funzionanti, oltre ad aver lamentato la mancanza di un cessate il fuoco e di un ridimensionamento su tutti i fronti del conflitto nel Paese. Tale malcontento ha portato il Consiglio di transizione meridionale, il 26 aprile, ad annunciare l’istituzione di un’amministrazione autonoma in sei delle otto province meridionali, dando vita a nuove tensioni.

Di fronte a tale scenario, già dal 26 aprile, Riad si è detta pronta ad accelerare le procedure volte all’attuazione di quelle clausole dell’accordo non ancora soddisfatte. Tale intesa, ha ribadito la coalizione, rappresenta uno strumento pratico volto a raggiungere la pace nell’intero Paese e a far fronte alle sfide economiche attuali, rispondendo alle esigenze e alle aspettative del popolo yemenita.

Parallelamente, una fonte ha rivelato ad al-Jazeera che, dal canto loro, anche gli Emirati Arabi Uniti stavano svolgendo la propria parte nel destabilizzare ulteriormente la situazione nei territori meridionali e soprattutto nell’isola di Socotra, sebbene si fossero detti contrari alla dichiarazione di autonomia del STC. In particolare, Abu Dhabi avrebbe provato ad “acquistare la fedeltà” di 13 ufficiali dell’esercito yemenita e ha inviato 270 persone per eseguire un colpo di stato contro l’autorità locale dell’isola. Non da ultimo, secondo quanto riferito, gli UAE hanno altresì equipaggiato imbarcazioni e cinque piccoli elicotteri per effettuare operazioni di atterraggio e scarico di armi a Socotra.

Proprio a Socotra, il 7 maggio, fonti yemenite hanno rivelato che le forze saudite, a sostegno del governo legittimo, si sono ritirate dall’isola, consentendo una maggiore mobilitazione dei gruppi separatisti. La notizia ha fatto seguito alle tensioni acuitesi il primo maggio scorso presso la città di Hadibu, capoluogo del governatorato insulare, e apparentemente placate con l’accordo raggiunto dal governo centrale yemenita ed il Consiglio di Transizione Meridionale. Attraverso tale patto, le due parti si erano impegnate a mettere in sicurezza la città di Hadibu e le strutture istituzionali, ad allontanare veicoli militari e a mettere fine alle operazioni di controllo e monitoraggio. Tuttavia, un funzionario del governo ha successivamente rivelato che le forze saudite di stanza presso le postazioni di monitoraggio di Hadibu, destinate a frenare eventuali nuove tensioni, si sono improvvisamente allontanate dall’area. Dall’altro lato, le forze del STC hanno mobilitato ulteriori uomini verso l’isola, facendo temere lo scoppio di nuovi scontri.

L’isola di Socotra, situata nell’Oceano Indiano, vicino al Golfo di Aden, è oggetto di tensioni sin dal mese di maggio 2018. Il 2 maggio di quell’anno, tre aerei cargo provenienti dagli Emirati Arabi Uniti sono atterrati nell’isola, scaricando soldati, appartenenti perlopiù alle forze della Cintura di sicurezza, e attrezzature militari,  suscitando il malcontento della popolazione locale, la quale è scesa in piazza per protestare contro la presenza di Abu Dhabi.  Per calmare le tensioni, il 4 maggio 2018, una delegazione saudita si è recata sull’isola per discutere la situazione con il primo ministro yemenita in carica, Ahmed bin Dagher, e gli ufficiali emiratini. Successivamente, il 7 maggio dello stesso anno, gli UAE e lo Yemen hanno raggiunto un accordo su un metodo di coordinamento completo tra le due parti. In seguito, da un lato, Riad ha inviato circa 2000 soldati nell’isola ed ha avviato progetti di sviluppo, mentre, dall’altro lato, dal 2019, l’STC ha rafforzato la propria presenza politica nell’isola, facendo leva sul desiderio di autonomia di parte della popolazione locale. Nel febbraio 2020, la prima brigata della Guardia costiera di Socotra ha sollevato la bandiera dei secessionisti, in una mossa diretta contro il governo legittimo yemenita. Di conseguenza, l’esercito dello Yemen è intervenuto, licenziando il comandante della brigata.

Socotra, secondo alcuni esperti, potrebbe rappresentare un fronte di scontro tra Emirati ed Arabia Saudita in Yemen. Per i primi, controllare l’isola significa rafforzare la propria presenza militare e commerciale nell’Oceano Indiano, aumentando il proprio prestigio. Dall’altro lato, ridurre il ruolo emiratino a Socotra rappresenta uno degli obiettivi di Riad, che mira ad assumere un maggiore peso sia all’interno della coalizione internazionale sia nella regione del Golfo.

Per quanto riguarda Aden, invece, una delle ipotesi del sostegno ai gruppi secessionisti vede Abu Dhabi impegnata a salvaguardare la sicurezza e il controllo di tale città portuale, definita strategica, attraverso la forte presenza di forze filo-emiratine. L’obiettivo potrebbe essere creare una sorta di “Stato vassallo” nel Sud, volto a controllare le rotte marittime commerciali, per far sì che Aden non diventi un porto in mano agli altri attori del commercio internazionale, che potrebbero danneggiare i suoi interessi e guadagni. Sostenendo le forze separatiste, spiegano alcuni studiosi, gli Emirati possono giustificare le proprie operazioni militari contro i gruppi locali o contro il governo yemenita come parte di una lotta al terrorismo. Parallelamente, gli Emirati Arabi Uniti, come l’STC, si oppongono al partito al-Islah, uno dei maggiori partiti yemeniti e alleato di Hadi, ritenuto vicino alla Fratellanza Musulmana.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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