La Corte UE stabilisce di liberare i migranti al confine tra Serbia e Ungheria

Pubblicato il 14 maggio 2020 alle 20:31 in Europa Immigrazione

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Una sentenza della Corte di Giustizia dellUnione Europea ha stabilito che i richiedenti asilo e i cittadini di Paesi terzi trattenuti illegalmente alla frontiera tra Serbia e Ungheria, nella zona di transito di Roszke, devono essere immediatamente liberati. Il caso riguarda alcuni rifugiati afghani e iraniani, bloccati al confine serbo-ungherese, dopo che i governi di entrambi i Paesi si sono rifiutati di accogliere le richieste di protezione internazionale.

Arrivati nella zona di transito di Roszke, i richiedenti asilo avevano chiesto protezione allUngheria, che aveva giudicato le domande irricevibili e aveva disposto il loro ritorno in Serbia. Questultima, a sua volta, si era rifiutata di riaccogliere i rifugiati sul proprio territorio, lasciando i migranti in balia delle autorità ungheresi, che avevano stabilito fossero riportati nei propri Paesi d’origine.

La Corte di Giustizia dell’UE, che si è espressa sulla vicenda, ha dichiarato innanzitutto che la collocazione nella zona di transito di Roszke dei richiedenti asilo o dei cittadini di Paesi terzi oggetto di una decisione di rimpatrio dev’essere considerata “trattenimento”. Secondo quanto specificato dall’agenzia di stampa Ansamed, “in base alla normativa europea, in tali condizioni, nessun richiedente asilo può essere trattenuto solamente sulla base del fatto che non sarebbe in grado di provvedere al proprio sostentamento”. Inoltre, tale detenzione non può “in alcuna circostanza superare le quattro settimane a partire dalla data d’introduzione della domanda di asilo”. Infine, le direttive UE si oppongono al trattenimento di richiedenti asilo, oggetto di una decisione di rimpatrio, senza che ci sia un motivo valido e senza che sia stata esaminata la “necessità e la proporzionalità” di tale misura. 

Il 2 aprile, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha decretato che la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca hanno infranto il diritto europeo, nel 2015, chiudendo le proprie frontiere ai migranti.  Nella sentenza, nello specifico, si legge che il rifiuto dei tre Paesi in questione di rispettare le proprie quote di ripartizione dei migranti nel 2015 violava la normativa europea. Tale verdetto conferma la discrepanza esistente tra i Paesi del blocco comunitario in materia di immigrazione, pur non prevedendo pene per gli Stati che hanno infranto la legge, in quanto la ricollocazione dei migranti non è più prevista dal 2017. Da parte loro, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno dichiarato di non aver rispettato le quote sulla ripartizione al fine di tutelare la propria sicurezza nazionale, minacciata dall’afflusso dei migranti, principalmente rifugiati musulmani provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. 

Nel 2015, sono stati più di un milione i migranti che hanno raggiunto l’Europa dal Mediterraneo. Ciò ha colto impreparata l’UE, dove al tempo stesso è stato registrato un forte incremento della popolarità dei partiti di estrema destra, promotori di posizioni anti-migratorie. Per fronteggiare l’emergenza, Bruxelles ha fortificato nel tempo i propri confini esterni, fornendo anche aiuti economici a Stati come la Turchia per ricevere supporto nell’ostacolare i migranti dal raggiungere l’Europa. Tuttavia, a livello interno, le tensioni tra gli Stati membri in materia di immigrazione non si sono placate. 

Nel corso dell’emergenza migratoria del 2015, i 28 Stati membri dell’UE avevano deciso la ricollocazione di 160.000 migranti dall’Italia e dalla Grecia. Tuttavia, secondo le stime finali, sono stati circa 40.000 i rifugiati che sono stati trasferiti durante i due anni successivi negli altri Paesi del blocco comunitario. Del totale degli stranieri ricollocati, la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria non ne hanno accolto quasi nessuno. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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