Coronavirus in Iran: contagi in aumento, esportazioni di petrolio ai minimi storici

Pubblicato il 14 maggio 2020 alle 13:06 in Iran Medio Oriente

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I casi positivi al Covid-19 in Iran hanno raggiunto quota 112.725, di cui 6.783 decessi. Parallelamente, l’emergenza coronavirus ha causato un forte calo delle esportazioni di prodotti petroliferi.

In particolare, la popolazione ha espresso preoccupazione circa il crescente numero di casi giornalieri che, nonostante il calo registrato agli inizi del mese di maggio, ha ripreso a salire, toccando quasi i 2.000 contagi. Nello specifico, il 13 maggio, i casi positivi riportati nelle 24 ore precedenti sono stati 1.958, raggiugendo il valore più alto da oltre un mese, mentre le nuove vittime da Covid-19 sono state 50. Tali dati sono stati registrati in concomitanza con l’annuncio del ministro della Salute, Saeed Nimki, il quale ha riferito che, a partire dalla metà del prossimo mese, si prevede l’apertura di alcune attività economiche, tra cui ristoranti e centri sportivi, sebbene quelle considerate “a basso rischio” siano già riprese nel corso delle ultime settimane, dal 18 aprile.

In tale quadro, il portavoce del governo di Teheran, Ali Rabiei, ha espresso preoccupazione circa la situazione della provincia di Ahvaz, divenuta un nuovo focolaio della pandemia. È in tale regione che viene fatto risalire circa un quarto dei contagi riportati quotidianamente e, pertanto, questa viene ancora considerata una “zona rossa”. Nel frattempo, il governo si prepara altresì a varare misure in vista della festività di Eid al-Fitr, da tenersi alla fine del mese sacro di Ramadan, tra il 23 ed il 24 maggio. Si prevede che le preghiere comunitarie, vietate nel corso delle ultime settimane, potranno essere svolte almeno nelle aree segnalate come “bianche”, ovvero con una percentuale pari quasi a zero di contagi e decessi da Covid-19.

In tale quadro, l’economia di Teheran risente delle conseguenze scaturite dall’emergenza coronavirus e dal crollo dei prezzi di petrolio, considerato un duro colpo imprevisto. Il Ministero del petrolio, attraverso i suoi broker fidati, ha venduto il greggio a circa 10 dollari al di sotto del prezzo di mercato del Brent, per creare un incentivo per gli acquirenti, Cina in primis. Le entrate petrolifere rappresentano intorno al 10% del bilancio dell’Iran e il budget per il 2020 era stato inizialmente calcolato sulla base della vendita di un milione di barili di petrolio al giorno a circa 50 dollari al barile. Tuttavia, le perduranti sanzioni imposte dagli Stati Uniti, la riduzione della domanda di petrolio e il calo dei prezzi hanno determinato cambiamenti per il piano di bilancio iraniano.

In tale quadro, secondo i dati forniti da Kpler, una compagnia di intelligence che opera anche nell’ambito del mercato petrolifero, nel mese di aprile le esportazioni di petrolio iraniano sono scese al minimo storico, esacerbando ulteriormente l’impatto delle sanzioni statunitensi che avevano già limitato tali attività. Nello specifico, si è passati da una media di 287.000 barili nel mese di marzo ai 70.000 di aprile. A detta di Kpler, vista l’oscillazione dei dati, in futuro potrebbero essere raggiunti i 200.000 barili, ma anche in questo caso si tratterebbe di una delle cifre più basse degli ultimi decenni. Mentre i leader iraniani hanno notevolmente ridotto la loro dipendenza dalle esportazioni di greggio, quella petrolifera continua a rappresentare un’industria di base per il Paese, che detiene le terze riserve più grandi tra gli Stati dell’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio.

Di fronte ad uno scenario economico sempre più precario, il 12 marzo scorso, il direttore della Banca Centrale, Abdolnaser Hemmati, aveva riferito che l’Iran aveva chiesto al Fondo Monetario Internazionale (FMI) un prestito di 5 miliardi di dollari per contrastare con efficacia la diffusione del virus, oltre all’attuazione del Rapid Financing Instrument (RFI), un meccanismo di finanziamento del FMI. Tuttavia, secondo Teheran, gli Stati Uniti hanno ostacolato l’invio dei prestiti richiesti. Dal canto suo, il ministro delle Finanze e dell’Economia iraniano, Farhad Dejpasand, ha confermato, il 7 aprile, che l’epidemia di corona influenzerà il 15% del PIL del Paese.

Non da ultimo, il 17 marzo, Washington ha inserito 7 nuove società internazionali nella lista nera per l’acquisto di prodotti petrolchimici iraniani, alcune con sede in Sud Africa, Hong Kong e Cina. Il 19 marzo, poi, sono state imposte nuove sanzioni contro altre 5 società. Sebbene gli Stati Uniti si siano detti disposti ad offrire aiuti umanitari al popolo iraniano per far fronte all’emergenza, per alcuni gli USA non accetteranno di revocare le sanzioni imposte sino ad ora contro l’Iran e facilitare la ripresa di Teheran in una fase delicata.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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