Israele: soldato ucciso da una pietra durante un’operazione in Cisgiordania

Pubblicato il 12 maggio 2020 alle 11:47 in Israele Palestina

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Un soldato israeliano è stato ucciso, all’alba di martedì 12 maggio, nel corso di un’operazione condotta dall’esercito di Israele in Cisgiordania. A colpirlo, una pietra lanciata da un tetto.

Secondo quanto riferito da fonti dell’esercito israeliano, si trattava di un soldato di 21 anni, Amit Ben-Yigal, il quale stava conducendo un’operazione nei pressi della città di Jenin. In particolare, la propria squadra stava per allontanarsi dal villaggio di Yaabed, visto il completamento della missione, quando una pietra è caduta sulla testa del militare uccidendolo. Al momento sono in corso indagini per scoprire l’identità dell’assalitore. Secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito, il colonnello Jonathan Conricus, il villaggio rappresenta un “noto focolaio” di militanti terroristi.

Anche il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha commentato l’accaduto e, oltre ad inviare condoglianze alla famiglia della vittima, ha affermato che “il braccio lungo di Israele” raggiungerà il responsabile dell’attacco. Come specificato dal New York Times, l’esercito israeliano è solito condurre raid notturni alla ricerca di militanti in Cisgiordania, sebbene talvolta incontrino la resistenza della popolazione locale. Tuttavia, raramente i soldati vengono uccisi e l’episodio del 12 maggio risulta essere il primo del 2020.

L’operazione del 12 maggio ha avuto inizio alle 4:00 di notte e ha visto impegnata un’unità della Brigata Golani. L’obiettivo era arrestare 4 palestinesi, 2 sospettati di partecipazione in un’organizzazione terroristica e altri 2 sospettati per atti violenti, quali lancio di pietre, contro veicoli israeliani. Il raid ha fatto seguito alla demolizione dell’abitazione di un palestinese, accusato di essere tra i responsabili di un’esplosione letale verificatasi il 23 agosto 2019 in Cisgiordania. Si trattava di Qassem Barghouti, un giovane di 22 anni, ritenuto coinvolto nell’attacco che ha causato la morte di Rina Shnerb, giovane 17enne, ed il ferimento del padre e del fratello nei pressi dell’insediamento di Dolev. Nel corso della demolizione dell’11 maggio, decine di palestinesi hanno bruciato pneumatici e lanciato pietre ed esplosivi contro le truppe israeliane, provocando diversi feriti.

Tali episodi giungono poco prima della visita del segretario di Stato USA, Mike Pompeo, prevista per il 13 maggio, il cui obiettivo sarà discutere dei piani di Israele di annessione dei territori palestinesi in Cisgiordania, tra cui la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale. Si tratta di una proposta avanzata dal premier israeliano Netanyahu, il quale prevede di completare il proprio progetto entro il primo luglio prossimo. La mossa si inserisce in un quadro che vede il primo ministro impegnato in un governo di unità nazionale con il suo ex rivale Benny Gantz che, secondo quanto previsto, dovrebbe prestare giuramento il 13 maggio.

Negli ultimi anni, attacchi da parte di palestinesi, da accoltellamenti a spari ad altre forme di atti violenti, contro le forze di polizia israeliane e contro le postazioni militari si sono verificati diverse volte in Cisgiordania. Questi sono stati perpetrati perlopiù da lupi solitari senza legami evidenti con gruppi armati, sebbene Hamas e altri gruppi militanti palestinesi abbiano elogiato gli attentati, senza rivendicarli. Tuttavia, lo scoppio del coronavirus ne ha ridotto la frequenza, visto l’obbligo di rimanere confinati nei propri villaggi e abitazioni. Uno degli ultimi episodi risale al 22 marzo scorso, quando un palestinese è morto ed un altro è rimasto ferito a seguito degli spari delle forze israeliane, nell’Ovest della città di Ramallah, in Cisgiordania. In tale occasione, le forze israeliane hanno riferito che gli spari contro i due palestinesi sono stati lanciati dopo che erano state lanciate pietre contro i propri veicoli militari.

I palestinesi cercano una soluzione politica al conflitto in Medio Oriente e reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967. L’obiettivo finale è creare uno Stato indipendente, con Gerusalemme Est come capitale. Israele, da parte sua, riconosce l’intera città come capitale ufficiale del Paese. Nel 1993, con gli Accordi di Oslo, è stata altresì stabilita una soluzione a due Stati, secondo cui potrebbero essere creati due Paesi in grado di coesistere uno di fianco all’altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due.

Tuttavia, se Israele riuscirà ad annettere i territori reclamati, come evidenziato anche dalle Nazioni Unite, il pericolo è che la soluzione a due Stati venga compromessa, alimentando rabbia e preoccupazione anche a livello internazionale. Ad appoggiare ulteriormente l’ipotesi, vi è altresì il cosiddetto “accordo del secolo” presentato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, il 28 gennaio scorso, noto come Piano di Pace, in quanto volto a riportare la pace in Medio Oriente e a risolvere il conflitto arabo-israeliano. In particolare, il progetto, delineato in 181 pagine, se effettivamente attuato, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza.


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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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