Scontro USA-Cina sulla durata dei visti per la stampa cinese

Pubblicato il 11 maggio 2020 alle 12:52 in Cina USA e Canada

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La Cina ha avvertito che risponderà alla decisione degli Stati Uniti di accorciare la durata dei visti per i giornalisti cinesi e ha esortato Washington a “correggere immediatamente il proprio errore”.

Le affermazioni di Pechino, rese note l’11 maggio, arrivano a seguito dell’approvazione di nuova norma negli Stati Uniti, che limita l’estensione temporale dei visti per i giornalisti cinesi a un periodo di 90 giorni, com la possibilità di proroga. Tale cambiamento entrerà in vigore a partire proprio dall’11 maggio e riguarderà solo i media cinesi. Solitamente, invece, questi visti sono a tempo indeterminato e non devono essere estesi, a meno che il dipendente non si trasferisca in una diversa azienda. 

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha riferito ai giornalisti, durante un briefing quotidiano a Pechino, l’11 maggio, che la Cina ha criticato e respinto la decisione degli Stati Uniti, che è stata definita parte di “un’escalation di repressione contro i media cinesi”. “Siamo decisamente contrari e fortemente insoddisfatti”, ha dichiarato Zhao. “Chiediamo agli Stati Uniti di correggere immediatamente il proprio errore, o la Cina non avrà altra scelta che prendere contromisure”, ha aggiunto. Tale scontro arriva a seguito di continue tensioni tra i due Paesi per quanto riguarda la stampa.

Il 18 marzo, la Cina aveva comunicato che avrebbe revocato le credenziali dei giornalisti di 3 testate statunitensi, in risposta alla decisione di Washington di limitare l’accesso dei cittadini cinesi ai media statali negli Stati Uniti. La misura di Pechino aveva colpito il New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, le cui credenziali dovrebbero scadere entro la fine del 2020. La mossa cinese è arrivata dopo che gli Stati Uniti avevano reso noto, il 18 febbraio, che 5 aziende nel settore dell’informazione, di proprietà statale di Pechino, sarebbero state sottoposte a controlli simili a quelli previsti per le ambasciate straniere. Di conseguenza, solo un numero limitato di cittadini cinesi potrà lavorare per tali aziende.

Tra i media interessati dalla misura del 18 febbraio ci sono l’agenzia di stampa Xinhua, il China Global Television Network e la China Daily Distribution Corp. Questi dovranno dichiarare il registro dei propri dipendenti e delle proprietà possedute negli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato. Anche in questo caso, la Cina si è opposta alle nuove regole statunitensi e Pechino si è riservata il diritto di rispondere a tale provocazione. “L’espulsione americana di giornalisti cinesi è stata una prova dell’oppressione politica”, aveva twittato Hua Chunying, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese, il 17 marzo. “Per troppo tempo, i media cinesi sono stati trattati ingiustamente in base alle politiche discriminatorie degli Stati Uniti”, si leggeva nel post.

Inoltre, anche Amnesty International aveva affermato che la mossa avrebbe potuto rendere ulteriormente difficile l’accesso alle informazioni in un momento cruciale della pandemia di COVID-19. “Quest’ultima escalation tra Pechino e Washington minaccia di limitare gravemente il flusso di informazioni accurate e indipendenti dalla Cina”, aveva dichiarato Joshua Rosenzweig, capo del team di Amnesty nel Paese. “In un momento in cui il mondo ha bisogno di lavorare insieme per combattere la devastazione causata dal virus, cacciare questi giornalisti potrebbe potenzialmente avere gravi conseguenze sulla salute pubblica”, aveva aggiunto.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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