Iraq: riprendono le proteste anti-governative

Pubblicato il 11 maggio 2020 alle 10:50 in Iraq Medio Oriente

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A pochi giorni dall’elezione del nuovo premier, Mustafa al-Kadhimi, centinaia di manifestanti iracheni sono nuovamente scesi nelle strade della capitale Baghdad e di altre città per chiedere condizioni di vita migliori e riforme politiche ed economiche.

Gli ultimi movimenti di protesta hanno avuto luogo nella giornata del 10 maggio, quando la popolazione ha nuovamente occupato la piazza centrale della capitale, piazza al-Tahrir, già simbolo dell’ampia mobilitazione che ha avuto inizio il primo ottobre 2019 e che ha portato alle dimissioni del premier allora in carica, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre. Altri luoghi centro di proteste sono stati Nassiriya e i governatorati di Bassora e Dhi Qar. Il neo primo ministro, il quale ha ricevuto la fiducia del Parlamento il 6 maggio, nel corso del suo primo meeting di governo del 9 maggio ha promesso il rilascio dei manifestanti arrestati nel corso dell’ultima ondata di proteste, così come richiesto dalla popolazione irachena stessa, e si è impegnato nel garantire giustizia e risarcimenti per i familiari delle oltre 550 vittime uccise durante le violente manifestazioni.

Nonostante la nomina di un nuovo premier e le sue promesse, la popolazione irachena non si è detta ancora soddisfatta. In particolare, ciò che viene richiesto è un cambiamento radicale a livello politico, in quanto, a detta dei manifestanti, i partiti che hanno portato al fallimento del governo precedente sono ancora presenti in Parlamento. Inoltre, al-Kadhimi viene considerato vicino a quel sistema fortemente contrastato dal popolo, oltre che un “insider” di quella classe politica vincolata all’influenza straniera. Pertanto, sebbene il rilascio dei prigionieri sia stato considerato una mossa positiva, i manifestanti si sono detti pronti a continuare le proprie proteste contro la dilagante corruzione degli ultimi decenni, in attesa di segnali concreti.

Sin dal primo ottobre 2019, i manifestanti iracheni hanno richiesto le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile, e, a seguito dell’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, è stata messa in luce l’influenza di Washington e Teheran nel Paese. Le proteste si erano interrotte dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 nel Paese ed i rischi a questa connessa.

Tuttavia, il coronavirus ha ulteriormente aggravato le condizioni economiche e sociali del Paese, che risente del calo dei prezzi del petrolio e della produzione petrolifera. Secondo alcuni, ciò potrebbe portare il governo a mettere in atto politiche di austerity, le quali potrebbero costituire un ulteriore motivo di malcontento popolare. Al-Kadhimi, ex-capo dell’intelligence, è stato il terzo ad impegnarsi nella formazione di un esecutivo in grado di soddisfare le esigenze della popolazione e dei diversi blocchi politici. Il neo premier si è impegnato a far fronte all’emergenza coronavirus e alle sue conseguenze e a portare davanti alla giustizia i responsabili delle vittime dell’ondata di proteste intrapresa ad ottobre.

Non da ultimo, il primo ministro ha promesso il pagamento di tutte le pensioni, bloccate con il governo precedente in un quadro di riduzione delle spese statali, ed ha invitato il Parlamento ad adottare una nuova legge elettorale, necessaria per elezioni anticipate eque da tenersi prossimamente. Un’ulteriore mossa di al-Kadhimi è stato il reinserimento di un alto generale licenziato da Mahdi nel settembre 2019, Abdulwahab al-Saadi. Quest’ultimo è stato considerato una figura popolare nella campagna militare volta a contrastare lo Stato Islamico a Mosul nel 2017. Il suo licenziamento aveva provocato l’indignazione della popolazione, che aveva considerato la mossa un segnale di pratiche di corruzione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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