Arabia Saudita: Washington ritira i propri missili Patriot

Pubblicato il 8 maggio 2020 alle 14:35 in Arabia Saudita USA e Canada

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Gli Stati Uniti rimuoveranno dall’Arabia Saudita i propri sistemi di difesa anti-missile Patriot e probabilmente ridurranno ulteriormente gli assetti militari dispiegati nel Regno.

A riferirlo, il Wall Street Journal, il 7 maggio, sulla base delle dichiarazioni di funzionari statunitensi. Come specificato altresì da al-Jazeera, si tratta di una mossa che lascia pensare ad uno smantellamento dell’apparato militare posto nella regione del Golfo nel corso del 2019, con l’obiettivo di far fronte alla minaccia iraniana. Nello specifico, secondo quanto rivelato dalle fonti, Washington rimuoverà due batterie Patriot dalle strutture petrolifere saudite ed altre due dal Medio Oriente, entrambe di missili terra-aria, mentre due squadroni di aerei da combattimento hanno già lasciato la regione e si sta valutando l’ipotesi di un’ulteriore riduzione della Marina statunitense nel Golfo.

A detta dei funzionari USA, la decisione scaturisce dal fatto che, per Washington, Teheran non rappresenta più una minaccia immediata verso i suoi interessi strategici nella regione e che le risorse militari statunitensi dovrebbero essere impiegate per altre priorità, tra cui il contenimento dell’influenza militare della Cina in Asia. L’affievolirsi della minaccia iraniana, secondo quanto affermato, è da ricollegarsi anche all’uccisione del comandante della Quds Force, Qassem Soleimani, a seguito del raid condotto il 3 gennaio scorso contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Risale all’11 ottobre scorso la notizia con cui Washington aveva riferito di aver dispiegato 2.800 soldati aggiuntivi nel Regno saudita, oltre ad aver inviato due squadroni di jet da combattimento, un’ala di spedizione aerea, due batterie di missili Patriot e un sistema di difesa missilistica THAAD. Come evidenziato dal Segretario alla Difesa statunitense, Mark Esper, le truppe USA in Arabia Saudita, all’11 ottobre, sarebbero giunte a 3.000 membri. 

Tale operazione era giunta dopo che, il 14 settembre, due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita, erano stati colpiti da raid aerei, rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. In tale occasione, l’Iran è stato ritenuto il responsabile di tale accaduto, sia dagli Stati Uniti sia da altri Paesi, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, in quanto non vi sarebbero state “altre spiegazioni”. Teheran, dal canto suo, ha negato le accuse.

In tale quadro, il 12 febbraio scorso, il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, aveva dichiarato che l’Arabia Saudita rappresenta un partner fondamentale per Washington per far fronte al “comportamento destabilizzante” dell’Iran. Tuttavia, la crisi di prezzi del petrolio delle ultime settimane, conseguenza dell’emergenza coronavirus, ha rischiato di compromettere la stabilità dell’asse Washington-Riad. In tale quadro, molte compagnie petrolifere statunitensi rischiano la bancarotta e i politici statunitensi hanno esercitato pressioni per ridurre le importazioni dal Regno.

A seguito del rapporto del Wall Street Journal, il portavoce del Pentagono, Sean Robertson, ha affermato che Washington continua a mantenere una forte presenza sul campo mediorientale, continuando a collaborare con la comunità internazionale e con l’Arabia Saudita per rafforzare le capacità regionali di difesa aerea e far fronte a qualsiasi emergenza legata all’Iran. Parallelamente, il capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha affermato che il Regno è un Paese ricco, ma, viste le attuali circostanze, si è detto disponibile a farsi carico di alcune spese, soprattutto militari, relative allo schieramento delle forze USA in Arabia Saudita.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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