Libano: la popolazione chiede giustizia

Pubblicato il 7 maggio 2020 alle 16:51 in Libano Medio Oriente

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In un clima di malcontento generale di fronte alla perdurante crisi economica, la popolazione libanese è scesa nuovamente in piazza, giovedì 7 maggio, in segno di protesta contro le violenze, perpetrate dalle forze dell’ordine, subite dai manifestanti nel corso dell’ondata di mobilitazione popolare.

In particolare, gruppi di manifestanti si sono riuniti dinanzi alla sede del Palazzo di Giustizia nella capitale Beirut evidenziando le pratiche repressive impiegate dalle autorità libanesi per reprimere le rivolte degli ultimi mesi, tra cui percosse violente, sparizioni forzate, uso di gas lacrimogeni, di proiettili di gomma o proiettili vivi, oltre a torture con cavi elettrici. Come riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, queste ultime sono state di recente praticate a Sidone contro detenuti arrestati dopo aver partecipato alle proteste organizzate alla fine di aprile.

Gli striscioni del 7 maggio, sollevati anche nel corso della marcia verso il tribunale militare di Beirut, si sono rivolti contro i corrotti e i “saccheggiatori di denaro pubblico”, chiedendo il rilascio dei detenuti, un sistema giudiziario equo ed indipendente, lontano da quote politiche e in grado di difendere i diritti della popolazione, tra cui anche il diritto di protestare ed esprimere legittimamente la propria opinione. A detta di alcuni manifestanti scesi in piazza, ciò a cui il Libano ha di recente assistito è una politica repressiva messa in atto dalle forze dell’ordine e dell’intelligence, volta ad escludere qualsiasi forma di cambiamento che possa influenzare l’autorità al potere.

L’ampia ondata di mobilitazione popolare in Libano aveva avuto inizio il 17 ottobre scorso, ma era stata sospesa con lo scoppio dell’epidemia di Covid-19. Tuttavia, già dal 23 aprile, la popolazione è ritornata a protestare soprattutto nei pressi delle sedi delle banche in diverse città libanesi, tra cui Tripoli, Sidone e Beirut. A tal proposito, a seguito della crescente svalutazione della lira libanese rispetto al dollaro USA e le politiche di restrizione adottate dagli enti bancari, questi ultimi sono considerati i principali responsabili della crisi economica e finanziaria in cui versa attualmente il Paese, considerata la peggiore dalla guerra civile del periodo 1975-1990.

In un rapporto, Human Rights Watch ha dichiarato che il livello di forza delle autorità libanesi, subito dai manifestanti il 27 e 28 aprile, era ingiustificato ed eccessivo. I familiari di Samman, un giovane morto diverse ore dopo essere rimasto ferito a Tripoli, nei pressi di Piazza Nour, hanno dichiarato al quotidiano al-Monitor che il medico ha loro riferito che il giovane era stato sparato con munizioni vere e non con proiettili di gomma. Jamal Masri, un manifestante ricoverato presso l’ospedale a Tripoli, ha riferito di stato colpito alla schiena dalle forze di sicurezza il 28 aprile e ha trascorso diversi giorni in terapia intensiva.

Dal canto suo, l’esercito libanese ha rilasciato una dichiarazione il 28 aprile in cui ha espresso rammarico per la morte di Samman ed ha sottolineato il rispetto del diritto dei cittadini di protestare, a meno che non vengano danneggiate proprietà private. Secondo le dichiarazioni dell’esercito, 113 soldati sono rimasti feriti durante i tre giorni di rivolte, mentre 84 manifestanti sono stati feriti nello stesso periodo. A seguito degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine della notte del 29 aprile, gli eventi a Tripoli e altrove sono rimasti in gran parte pacifici nei giorni successivi. Tuttavia, la rabbia dei manifestanti non è stata del tutto placata.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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