Un piano di salvataggio per il Libano: la reazione di Hezbollah

Pubblicato il 5 maggio 2020 alle 12:14 in Libano Medio Oriente

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Il Libano continua a far fronte ad una grave crisi economica, obbligando il governo a chiedere assistenza al Fondo Monetario Internazionale (FMI). Tuttavia, per Hezbollah è necessaria prudenza.

In particolare, il segretario e leader del cosiddetto “Partito di Dio”, Sayyed Hassan Nasrallah, sebbene abbia accolto con favore il piano di salvataggio proposto dal governo di Beirut, ha evidenziato come il Paese non deve accettare ciecamente le condizioni proposte dal Fondo Monetario Internazionale che potrebbe non essere in grado di sostenere. Le sue parole sono giunte dopo che, il 4 maggio, il FMI ed il premier libanese, Hassan Diab, hanno tenuto colloqui “produttivi” volti a discutere della situazione economica libanese e degli strumenti necessari per risanarla.

In particolare, l’amministratore delegato del FMI, Kristalina Georgieva, ha definito il piano di riforme libanese “un importante passo in avanti per affrontare le sfide economiche” e ha riferito che le squadre del Fondo e dell’esecutivo libanese si incontreranno presto per valutare le misure necessarie a ripristinare la sostenibilità e la crescita del Paese. Da parte sua, la squadra di Diab ha precedentemente elaborato un piano di salvataggio economico composto da 53 pagine, in cui si prevede la perdita di decine di miliardi di dollari nel sistema finanziario mentre si cerca una via d’uscita dalla crisi. Uno dei punti del piano stabilisce la copertura delle perdite del settore finanziario, pari a circa $ 70 miliardi, attraverso una ricapitalizzazione da parte degli azionisti bancari, che diminuirebbe il loro capitale ed i propri depositi per poi ripristinarli in seguito. Tale piano, tuttavia, rappresenta uno dei prerequisiti necessari ad ottenere l’assistenza del FMI, richiesta formalmente il primo maggio scorso.

Nasrallah ha elogiato il piano proposto dalla squadra di governo, definendolo un passo rilevante nel percorso di risanamento dell’economia libanese, ma che deve essere gestito in modo adeguato e attraverso dialoghi e negoziazioni con il FMI. In particolare, l’assistenza di quest’ultimo non dovrà infrangere la sovranità del Paese né comportare delle politiche che danneggerebbero i più poveri. Hezbollah, ha specificato Nasrallah, non si oppone all’appoggio fornito da parti esterne, ma chiede responsabilità e prudenza.

Il sostegno del partito, a detta di alcuni, è necessario per portare avanti le politiche adottate dal governo di Beirut. Nato nel 1982 come movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana del Libano meridionale e in seguito evolutosi in un partito politico locale, Hezbollah è un’organizzazione paramilitare sciita che rappresenta un attore chiave nell’arena politica del Libano. Israele considera tale movimento sciita armato, sostenuto da Teheran, la più grande minaccia per il Paese proveniente dall’esterno dei confini nazionali. L’organizzazione è tra i principali sostenitori del nuovo governo di Beirut, la cui fiducia in Parlamento è stata votata l’11 febbraio 2020.

Già nel mese di febbraio scorso, Beirut si era rivolta al FMI per chiedere assistenza di fronte alla perdurante crisi economica e finanziaria e, in tale occasione, il vicesegretario generale, nonché secondo leader, di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, aveva affermato che il proprio partito non sarebbe stato disposto a sottomettersi agli strumenti “imperialisti” del FMI, e non avrebbe accettato alcuna forma di sottomissione alle politiche da questo adottate, né prestiti “di salvataggio”.

Nel frattempo, il quadro economico libanese è andato deteriorandosi, anche a seguito dello scoppio della pandemia di Covid-19, che ha visto il 75% dei giovani libanesi perdere il proprio lavoro o percepire metà, o talvolta un quarto, del proprio stipendio. Il Libano attualmente rappresenta uno degli Stati maggiormente indebitati al mondo, con un debito sovrano pari a 87 miliardi di dollari, ovvero il 170% del PIL. Non da ultimo, il tasso di cambio lira- dollaro è salito a più di 4.000 lire libanesi nel mercato non ufficiale, provocando una svalutazione della moneta locale pari a circa il 70%. In tale quadro, l’11 marzo, il Paese ha annunciato che non avrebbe saldato il debito pari a 1.2 miliardi di obbligazioni Eurobond, in scadenza il 9 marzo, creando la prima situazione di default della storia libanese.

Un’economista della Lebanese University, Jassem Ajaka, ancor prima dello scoppio della pandemia, aveva affermato che il FMI rappresenta l’ultima risorsa per il Libano, in quanto potrebbe fornire prestiti a basso interesse, ma lo autorizzerebbe altresì a interferire con le politiche fiscali e finanziarie del Paese. Ciò si rifletterebbe, a detta di Ajaka, in riforme estremamente dure per la popolazione. Il Fondo potrebbe altresì richiedere la privatizzazione di diverse strutture pubbliche, tra cui la Middle East Airlines, le società di telecomunicazioni, come Touch, Alfa e Ogero, i porti di Beirut e Tripoli e l’aeroporto internazionale Rafic Hariri. Vi sarebbero, poi, tasse e commissioni aggiuntive nell’ambito delle riforme strutturali, e il potere d’acquisto potrebbe subirne le conseguenze negative. Inoltre, il tasso di povertà potrebbe aumentare a oltre il 50%.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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