Mali: confermati i risultati delle elezioni legislative

Pubblicato il 4 maggio 2020 alle 15:49 in Africa Mali

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La Corte costituzionale di Bamako ha annunciato i risultati delle elezioni legislative, terminate con il secondo turno del 19 aprile, decretando la vittoria del partito presidenziale, il Raggruppamento per il Mali (Rpm). Il partito del presidente Ibrahim Boubacar Keita ha guadagnato il maggior numero di seggi in Parlamento, rispetto ai partiti concorrenti, ma non ha ottenuto la maggioranza assoluta. Essendosi assicurato solo 51 dei 147 seggi dellAssemblea, il Raggruppamento per il Mali deve fare i conti con i suoi alleati, in particolare il partito Adéma-PASJ, che è arrivato secondo con almeno 22 deputati. Il terzo partito per numero di seggi è lUnione per la Repubblica e la Democrazia (URD), il maggiore esponente dellopposizione, il cui leader, Soumalia Cisse, è stato preso in ostaggio da un gruppo armato locale il 25 marzo. Cisse e i membri della sua squadra sono stati rapiti mentre conducevano una campagna elettorale nelle regioni del Mali centrale.

Il secondo turno del 19 aprile, svoltosi nel mezzo della pandemia di coronavirus, ha registrato una delle affluenze più basse nella storia del Mali, pari a circa il 35%. Il primo turno di votazioni, rinviato da tempo, si è tenuto lo scorso 29 marzo. Entrambe le tornate elettorali sono state segnate da insicurezza e macchiate da rapimenti, saccheggi e aggressioni indiscriminate contro i cittadini che sono andati a votare. Gli incidenti si sono verificati soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro. Tra questi, ci sono stati sequestri e uccisioni. Nonostante il dispiegamento di circa 1.600 osservatori indipendenti, ci sono state anche minacce di morte e vari saccheggi di seggi elettorali. È stata la prima volta dal 2013 che i cittadini del Mali hanno potuto votare, dopo vari rinvii, i nuovi parlamentari all’interno dell’Assemblea nazionale. A quel tempo, il partito del presidente Keita aveva guadagnato una maggioranza sostanziale.

Il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo in questa regione e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale. Nell’area è stata inaugurata ufficialmente, il 29 marzo, una nuova task force, chiamata Takuba, per coordinare gli sforzi regionali nella lotta al terrorismo. La Francia, insieme ad altri 13 Paesi europei, collaborerà con gli eserciti del Mali e del Niger per assistere le forze locali nella lotta contro i gruppi armati, integrando le operazioni compiute dalla missione francese Barkhane e dalla forza congiunta del G5 Sahel, composta da truppe provenienti dal Burkina Faso, dal Ciad, dal Mali, dalla Mauritania e dal Niger. La nuova missione opererà nella regione di Liptako, un’area compresa tra il Burkina Faso, il Niger e il Mali, secondo quanto si apprende dalla dichiarazione. Liptako è nota per essere una roccaforte dei combattenti dell’Isis nella regione del Sahel.

Oltre allo Stato Islamico, in Mali sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

Dopo le ultime elezioni legislative, si spera che il nuovo Parlamento attui le dovute riforme previste da un accordo di pace negoziato ad Algeri, nel 2015, tra il governo di Bamako e diversi gruppi armati. L’attuazione delle riforme procede lentamente, anche se quest’anno l’esercito maliano è riuscito a dispiegare nel Paese alcune unità composte sia da ex ribelli sia da militari regolari, come previsto da una delle disposizioni dell’accordo di Algeri. Il patto prevede anche il decentramento della governance, come richiesto da alcuni gruppi ribelli.

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Chiara Gentili

di Redazione

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