America Latina: rivolte nelle carceri venezuelane e brasiliane

Pubblicato il 3 maggio 2020 alle 11:00 in Brasile Venezuela

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In due carceri rispettivamente in Venezuela e Brasile si sono verificate rivolte nei giorni del primo e 2 maggio. In entrambi i casi, le autorità penitenziarie hanno accusato i detenuti di aver tentato di evadere ma le proteste sarebbero in realtà legate alle precarie condizioni di vita, registrate in entrambe le strutture. La rivolta in Venezuela è stata particolarmente violenta e ha richiamato l’attenzione dell’Onu.

Il 2 maggio, l’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR) ha richiesto l’avvio di un’investigazione sulla morte di 46 persone e sul ferimento di altre 75, durante i disordini avvenuti il giorno precedente nel carcere venezuelano di Los Llanos, nello Stato di Portuguesa. In particolare, in un post pubblicato su Twitter, il UNHCHR si è detto estremamente preoccupato e ha invitato le autorità venezuelane ad avviare indagini, affrontare i problemi di sovraffollamento delle carceri e a garantire i diritti basilari dei detenuti.

Stando ad una relazione rilasciata lo stesso primo maggio dalle autorità, la rivolta e i conseguenti scontri sarebbero iniziati intorno alle 13:00, locali, quando i carcerati hanno cominciato a distruggere le barriere di sicurezza che tracciano il perimetro della prigione, tentando di evadere. Il Ministro del Potere popolare per il Servizio penitenziario, Iris Varela, ha poi affermato che i responsabili degli avvenimenti, nonostante siano incarcerati, verranno giudicati dalla legge per quanto accaduto. Varela ha poi aggiunto che il direttore di Los Llanos sarebbe rimasto ferito negli scontri durante un tentativo di negoziazione con i detenuti.  Tuttavia, tali dichiarazioni sono state respinte da una deputata che rappresenta lo Stato di Portuguesa in parlamento, Maria Beatriz Martinez, la quale ha affermato che il vero motivo scatenante della rivolta è stato la mancanza di cibo. Anche la presidente del Venezuelan Prison Observatory (OVP), Beatriz Giron, ha espresso forti dubbi su un tentativo di fuga condotto in pieno giorno e dagli accessi principali del carcere. OVP ha poi aggiunto che le guardie carcerarie avrebbero aperto il fuoco sui detenuti, in seguito alle proteste.

Più ONG e i familiari dei detenuti hanno ripetutamente denunciato le condizioni antigieniche, di violenza e sovraffollamento in cui versano le carceri del Venezuela. Stando ai dati di OVP, nel 2019 97 persone sono morte nelle carceri venezuelane e il 70% dei decessi è stato causato da malattie come la tubercolosi o dalla mancanza di medicinali. A Los Llanos, in particolare, sono detenute circa 2.500 persone, nonostante il carcere sia predisposto per 750. Solitamente i familiari dei carcerati approfittano delle visite per portar loro cibo e medicinali ma, a causa della diffusione del coronavirus nel Paese, esse sono state ridotte drasticamente per contenere la diffusione dell’epidemia.  Alcuni testimoni hanno dichiarato ad Agence France-Presse (AFP) che le guardie carcerarie non danno il cibo che portano i parenti ai carcerati non potendoli consegnare di persona, per tanto, ritengono che le proteste siano da imputare a questo tipo di comportamento.  Il Venezuela ha un totale di 345 casi confermati di coronavirus e di 10 morti per l’epidemia. Le autorità venezuelane hanno affermato che non ci sono stati contagi nelle carceri del Paese ma tale dichiarazione è stata criticata dal leader dell’opposizione, Juan Guaido, che ha accusato il governo del presidente, Nicolas Maduro, di mentire spudoratamente.

Nella giornata del 2 maggio, nel confinante Brasile, nel carcere Puraquequara di Manaus, capoluogo dello Stato di Amazonas, sette guardie carcerarie sono state prese in ostaggio durante una rivolta dei detenuti, causata dal timore della diffusione del coronavirus nella struttura. Nell’episodio, 10 guardie e 5 carcerati sono stati feriti ma non si è verificata nessuna morte. Anche in questo caso, mentre le autorità della prigione hanno dichiarato che la ribellione sia nata da un tentativo di fuga, i parenti dei detenuti hanno affermato che le rivolte sono nate dalle precarie condizioni in cui vivono i detenuti.

Similarmente a quanto riferito per le carceri venezuelane, anche in questo caso sono state denunciate la mancanza di cibo, energia elettrica e trattamenti medici. Tuttavia, le preoccupazioni a Manaus sono aggravate dalla grande diffusione del coronavirus in Brasile. In totale, il Paese conta 97.100 casi positivi e 6.761 decessi.  A Manaus, la situazione è particolarmente grave, al punto che si è reso necessario seppellire i corpi dei defunti in fosse comuni e la città ha denunciato una prossima carenza di bare. Inoltre, due strutture penitenziarie dello Stato di Amazonas hanno registrato casi di contagio al loro interno. Secondo Globonews, a Puraquequara sarebbero stati riportati alle autorità i casi di almeno 300 detenuti malati che mostravano i sintomi del coronavirus, ma ciò è stato negato dalle autorità. Le carceri brasiliane, oltre a versare in condizioni precarie, sono anche teatro di grandi violenze interne tra le varie gang, nel 2019 oltre 50 detenuti sono morti per strangolamento o accoltellamento nella sola città di Manaus.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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